Una mia amica mi ha iscritto ad un concorso a premi organizzato da un agenzia che organizza viaggi last minute.
Una e-mail mi ha comunicato con toni enfatici e un abuso di punti esclamativi che ci sarà l'estrazione non so quando e che potrei vincere 4 biglietti andata e ritorno per il Brasile e che per moltiplicare le probabilità di vincita posso iscrivere a mia volta altri 4 amici al concorso.
4 amici che potrebbero iscrivere a loro volta altri 4 amici, tra cui potrei esserci io, e così via, procedendo in questa sequela di 4 in 4, finchè praticamente, verrebbe da pensare che i biglietti per partire ce li ho in mano e potrei già promettere in giro cartoline da Rio o souvenir vari.
Non ho ancora scelto i 4 amici che vorrei partissero con me. Che io ai concorsi non ci credo, ma se li faccio li prendo sul serio. Così devo pensarci un pò su visto che, non sia mai vincessi, in Brasile ci vado con chi dico io e non con il primo che capita.
Insomma, non mi applico e ai concorsi a premi non partecipo mai. Non raccolgo punti. Non ho la costanza nè la pazienza per farlo. Per di più non accordo la mia fedeltà a nessun prodotto tanto a lungo da permettermi di raggiungere un qualche traguardo che mi aggiudichi un premio.
Sono una consumatrice infedele e silenziosamente me ne vanto.
Ogni tanto, in un impeto di megalomania equa e solidale, penso che se ci mettessi un tantino più di impegno potrei fare di questa attitudine una tattica di boicottaggio, fino a riuscire a sviare sondaggi, a mandare in tilt le occulte strategie di mercato per raggiungere la meta: non rientrare in nessun target che qualche invasato si è inventato per prevedere e orientare i gusti miei e di quelli come me.
Presuntusa e ingenua, lo so. Una categoria l'avranno inventata pure per me, no?. E senza saperlo, pur illudendomi di essere un soggetto che per le sue eclettiche preferenze sia stato ormai dimenticato dal mercato, un osso duro che rimane al margine delle indagini, me ne sto lì nella mia casella, insieme a quelli come me che si credono speciali solo perchè non fanno colazione coi cornetti appena fatti, perchè mangiano yogurth di mille marche diverse, si lavano i capelli col primo shampoo che capita o si fanno il bagno con anonimi bagnoschiuma a patto che non puzzino di quei puzzi alla frutta irrancidita o peggio al cioccolato, allo zucchero filato, alla pesca-albicocca, alla pera-banana, come quelli che usa una tipa che viene in piscina con me che ogni volta che ci capito sotto la doccia insieme mi si chiude lo stomaco. Che prima o poi glielo dico che tutte quelle altre che le chiedono -mmmmm che profumo! cos'è?- e lei tutta soddisfatta risponde -è un bagnoschiuma al fico- quelle lì, la stanno prendendo tutte per i fondelli perchè il bagnoschiuma al fico puzza puzza e puzza e non ci si farebbe la doccia neanche un fico. Ecco.
Però lo ammetto. Mi sono sentita un pò una merda quando sere fa una tipa della telecom mi ha telefonato a casa e con la voce tipica da otto ore di call center, sfatta dalle telefonate, che tra parentesi aggiungerei una scia di improperi a chi ha ridotto la parola "lavoro" a qualcosa di tanto meschino, insomma a parte i pistolotti sindacali, la tipa ha cominciato a parlarmi di un'offerta che mi avrebbe fatto risparmiare non ricordo più quanto sulla bolletta del telefono.
Mi ha chiesto -è interessata?- e io -a cosa?- e lei fomentatissima -a risparmiare!- e io -no, grazie- e lei con un tono schifato quasi minatorio -non le interessa risparmiare?- e io pure schifata più dalla contraddizione che dalla conversazione -no- qualche secondo di silenzio e poi di nuovo io -grazie, buonasera- e lei con un tono falsissimo -grazie e buona serata-
Finita la telefonata mio fratello mi ha chiesto -chi era?- e io -niente, la telecom- e lui -ah- e io che c'ero rimasta un pò male perchè se uno ti chiede vuoi risparmiare? e tu gli rispondi no, suvvia, pure se sotto c'è la fregatura, ti senti un pò coglione no?
Allora mi sono ripetuta la stessa domanda tra me e me -non ti interessa risparmiare?- e per un attimo mi sono sentita persa.
Ora che ho scritto 'sta cosa troppo lunga, cercando un titolo da dargli mi è venuto in mente quando nel "mercato", quello vero, quello di Piazza Vittorio, mi ci perdevo veramente da piccola, con mia madre che si fermava ad annusare i meloni o a comprare il basilico e io che andavo avanti di pochi passi, attirata dal signore che vendeva le lumache che straripavano lentamente dai grandi secchi di plastica che le dovevano contenere, o dai pesci disposti in fila con gli occhi aperti ma come addormentati su gelidi letti di ghiaccio in cubetti, dopo un pò girando la testa di qua e di là mia madre non la vedevo più e mi sentivo gelare il sangue. Finchè in mezzo a tutte quelle facce estranee, a quei piedi frettolosi, a quelle mele, quei prosciutti e alle voci che urlavano prezzi e coloriti aggettivi per la merce in vendita, sentivo mia madre che mi chiamava. Mi chiamava. Mi chiamava. Sempre più vicina. Finchè seguendo la sua voce non la vedevo comparire e non mi ricordo cosa pensavo in quel momento. Ma ero felice.
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