mi hanno detto dei tuoi viaggi mi hanno detto che stai male che sei diventata pazza ma io so che sei normale

sono sveglia dalle 3 di questa mattina. di solito quell'ora lì la chiamo le 3 di notte, ma siccome ero sveglia come un grillo ho deciso che era già mattina. non c'è niente di più frustrante che cercare di dormire quando non si ha sonno. ho cercato di pensare pensieri soporiferi, ma guarda un pò, mi venivano in mente solo i pensieri più stronzi. e allora, nell'ora dei ladri e degli assassini, ho pensato che tanto valeva cominciare questa giornata. alle 4 ho fatto la doccia. poi colazione alle 5. adesso dovrei lavorare, ma facendo due rapidi conti col mio stomaco, visto che sono le 10, a meno che la testa non mi crolli sulla tastiera e io riesca a recupere il sonno perso, non ci starebbe male un piatto di spaghetti.

Roba di misia mercoledì, 27 dicembre 2006 ore 10:01 | link | commenti (3) |

è natale è natale ma io mi devo fermare prima di farmi male. forse ci riesco, forse no. forse va bene uguale, perchè mica il mondo si ferma perchè è natale. è natale è natale varrebbe la pena di scriverlo in rima quello che ho in testa.è nataleeeeeeeeeeeeeeee ma io penso menomale che ci sono quelli che capiscono cosa intendo. con questi qua io vorrei festeggiare. coi reietti del natale. allora sì che sarebbe un vero natale con tutti i crismi. sai che ridere. sai che liberazione. però, mi accontento della mia cerchia di sopravvissuti. il mio natale matriarcale. ma senza esagerare. e poi per fortuna c'è il mio amico F. che sentirlo parlare ieri mi ha rimesso al mondo. ma una faccia onesta che ti dica ammazza che palle è una boccata di ossigeno in questi giorni o no? perchè è natale è natale non lo senti quanto è natale? la cosa peggiore è dover fingere. e io ringrazio babbo natale perchè almeno questa fatica non me l'ha messa sotto l'albero che non ho. non devo fare finta. vedo in giro dei mostri. i mostri del natale. state attenti e resistete. siate superiori e non mettete in discussione voi, la vostra famiglia, la solitudine, il vostro conto in banca o il vostro umore solo perchè è natale. ripetete con me: sti-ca-zzi. passa presto e verrà un tempo migliore per guardarsi dentro e intorno. per aggiustare o sfasciare di nuovo. per esempio è natale è natale e io invece no.

 

p.s. scrivo da un internet point. odore di cucina indiana che ormai mi porterò appiccicato ai vestiti e ai capelli per tutto il giorno. c'è un indiano che parla al telefono a voce altissima. e poi una polacca, anche lei dentro una delle cabine telefoniche alle mie spalle. la sento parlare e piangere.

Roba di misia domenica, 24 dicembre 2006 ore 12:14 | link | commenti (2) |

di|sin|ne|scà|re
v.tr. (io disinnésco)
1 CO privare dell’innesco: d. una mina | fig., neutralizzare una situazione di tensione
2 TS fis., far cessare una scarica elettrica variando le condizioni fisiche da cui è provocata

Roba di misia giovedì, 21 dicembre 2006 ore 10:46 | link | commenti (2) |

due palle

quasi mezz'ora a raccontarmi delle palle di natale di cristallo che ha comprato. dove le ha trovate, come sono e quanto costavano. uscita dal negozio, tra la folla natalizia che sgomitava sui marciapiedi e nei negozi, aveva paura le si rompessero malgrado gliele avessero accuratamente incartate. segue puntuale e minuziosa descrizione dei vari strati dell'imballaggio. poi, scena finale, lei che arriva a casa con le palle, contenta di essere riuscita a non romperle. quanto ma quanto vorrei dirle che non sa quanto si sbaglia. ma sto zitta e mi consolo immaginandomi la scena di lei che sta lì lì per appenderle all'albero e le palle puff cadono per terra e si frantumano. tutti più buoni. ma io di più.

Roba di misia mercoledì, 20 dicembre 2006 ore 17:14 | link | commenti |



Roba di misia venerdì, 15 dicembre 2006 ore 15:31 | link | commenti (1) |

nomen omen

cioè ho realizzato ora che il tenore che ha abbandonato la scala dopo essere stato fischiato si chiama alagna. ammazza che lagna, e giù fischi. eppure, nella mia personale classifica, uno che malgrado un cognome del genere sceglie di fare il cantante lirico è segnato meno di uno scaramella qualsiasi che, con un cognome che non passa certo inosservato e pare farsi la parodia da solo, pretenda di essere un investigatore credibile.  

Roba di misia venerdì, 15 dicembre 2006 ore 14:43 | link | commenti |

il topo tano

Alla mia amica A. che vive a Torino è morto il criceto. Si chiamava Tano ed era un criceto di una razza particolare, tipo siberiano o qualcos'altro che ha a che fare con la Russia. Così aveva detto il tizio del negozio di animali dove Tano era stato acquistato come regalo di Natale dal moroso di A.. Quando andavo a Torino a trovare A., all'arrivo e alla partenza, salutavo lei, il moroso e poi Tano. C'è da dire che era un criceto con un sacco di personalità, anche se si faceva un pò fatica a immaginarselo collocato nelle terre spietate della Siberia piuttosto che in un bilocale di Torino, servito e riverito, a mangiare e fare jogging nella ruota che gli avevano piazzato dentro la gabbietta. Cioè, roba che pure Paris Hilton fa una vita un tantino meno frivola. Io infatti a Tano lo prendevo un pò in giro per la storia della Siberia. Gli cantavo l'internazionale. Con la voce in farsetto, gli facevo i discorsi come se fosse un compagno di quelli proprio troppo troppo comunisti, oppure minacciavo di (ri)mandarcelo, in Siberia appunto. Insomma A. mi ha scritto un messaggio così: E' morto Tano. Sono tristissima. Il suddetto messaggio mi è arrivato alle 7 del mattino quando da poco avevo spento la sveglia, con gli occhi incollati di sonno e i pensieri instupiditi. Ho letto -è morto- e ho pensato -oddiosanto chi è morto?- poi ho letto -Tano- e ho pensato -e chi casso è Tano?- poi tempo due secondi mi sono ricordata di come si chiamava il fu criceto della mia amica e, con tutto il rispetto per lui, diciamo che mi sono un pò ripresa visto che a morire è stato un topolino della Siberia, piuttosto che un essere umano. Questo naturalmente alla mia amica A. non gliel'ho mica scritto nel messaggio di risposta. Nel messaggio le ho scritto che Tano è stato un criceto fortunato e che se pure io, nella prossima vita, rinascessi criceto vorrei capitare nelle sue mani premurose e buone. E queste non sono mica quelle frasi di circostanza che si dicono ai funerali eh, è la pura verità. Tano è stato un criceto fortunato. Però io, con la sfiga che c'ho, se rinascessi criceto già mi vedo a cacarmi sotto dal freddo nella steppa siberiana, a mangiare sterpi, inseguita da un branco di lupi affamati.

Roba di misia mercoledì, 13 dicembre 2006 ore 10:31 | link | commenti (10) |

due a caso (o quasi)

per le belle polpe
 
non commiseratemi.
sono un essere umano soddisfatto,
nel pieno delle mie facoltà.
 
commiserate gli altri
che
smaniano
si lamentano
 
che
risistemano
di continuo le loro
vite
come se fossero
dei mobili.
 
cambiando compagne
e
atteggiamenti
 
la loro
confusione è
continua
 
e influenzerà
chiunque abbia a
che fare con loro.
 
attente a costoro:
una delle loro
parole d'ordine è
"amore".
 
e attente a quelli che
prendono istruzioni solo dal loro
Dio
 
perchè questi sono
riusciti del tutto a
non vivere la propria vita.
 
non commiseratemi
se sono solo
 
perchè perfino
nei momenti più tremendi
lo humor
mi è compagno.
 
io sono un cane che cammina
all'indietro
 
io sono un banjo
fracassato
 
io sono un filo del telefono
teso a
Toledo in Ohio
 
io sono un uomo
che cena
stasera
e il mese è
settembre.
 
mettete da parte la vostra
compassione.
dicono
che l'acqua abbia sorretto
Cristo:
per uscirne
indenni
spero che siate
quasi altrettanto
fortunate.
 
gli serve quel che gli serve
 
da queste parti vicino a San Pedro abbiamo
uno dei più gradi aeroplani
del mondo
che non vola
piazzato accanto a
uno dei più grandi transatlantici
che non naviga più
e la gente fa lunghe code
nei pomeriggi estivi cocenti
e paga
per osservare questi monumenti esangui.
 
provate a mostrargli qualcosa
di utile e di vero
come un Cézanne o un Mirò
e sapranno solo
guardarvi
interdetti.
 
(charles bukowski)

Roba di misia martedì, 12 dicembre 2006 ore 16:39 | link | commenti (2) |

morto.

Roba di misia lunedì, 11 dicembre 2006 ore 12:57 | link | commenti (3) |

identikit

fondamentale è la sciarpa intorno al collo.  se il tempo è incerto un ombrello che mi rassicuri con la sua banalità. nella borsa poi non manchi mai un libro dove riposare gli occhi stanchi di guardare altrove. ha un peso consistente e tangibile il repertorio di oggetti che mi appendo alle spalle in questi giorni lunghissimi. lo porto addosso gelosa insieme a mille altre piccole cose che mi ricordano chi sono anche quando mi allontano o non mi assomiglio più. biancheria intima abbinata arbitrariamente. le calze colorate e a volte di lana lo confesso. i maglioni preferiti quelli di colori indefiniti che non si sa proprio come chiamarli. ma soprattutto le collane. di plastica di vetro o perline colorate. i due anelli che scelgo a rotazione prima di uscire di casa. gli orecchini più disparati l'importante è che dondolino. poco profumo se ho voglia di farmi ricordare e se mi gira perfino un pò di rossetto che segnali dove ho la bocca. io io io lo so non si parla così tanto di sè stessi ma avevo bisogno di fare l'inventario dei tratti indispensabili per disegnarmi a parole e farmi riconoscere. magari mi sbaglio ma credo proprio di essermi persa ancora. credo. sì ancora. non infierire. fatto sta che non trovo un modo meno frivolo per descrivere come e dove sono nè cosa si vede da qui. dicono mi manchi io ascolto queste due parole senza avvertirne il calore e l'urgenza le svuoto di me che non saprei davvero dove andarmi a recuperare per offrirmi ancora nella quantità richiesta o opportuna. chi manca a chi? lascia stare. però magari prima di perdere ogni speranza e non cercarmi più ti prego fruga nella mia borsa guarda le collane le mani respirami pure sul collo e dimmi non-ti-sembra-proprio-come-se-io-fossi-ancora-qui?

Roba di misia giovedì, 07 dicembre 2006 ore 14:19 | link | commenti (3) |

ecco io a quelli che parlando di aids e prevenzione se ne escono fuori con frasi del tipo l'unico mezzo sicuro è l'astinenza a quelli lì io gli direi brutti idioti ignoranti ma perchè non hanno cominciato le vostre madri ad astenersi così adesso non stavate qui a sparar cazzate?

Roba di misia venerdì, 01 dicembre 2006 ore 13:56 | link | commenti (3) |

good to you

Ice cream man di Tom Waits è una canzone che adoro perchè mi mette di buonumore. Quando inizia, mi sembra proprio di vedere arrivare un camioncino dei gelati, lo stesso che aspettavo da bambina, ogni sacrosanto pomeriggio delle estati che ero costretta a passare in campagna. Pomeriggi infiniti di afa e aria immobile in cui le ore sembravano rallentare, come dilatate e impigrite dal caldo. I grandi dormivano e perfino i cani dei vicini, che in altri momenti non perdevano occasione di abbaiare ad ogni macchina o essere umano che passava per strada, erano latitanti. La gatta bianca e nera, perennemente gravida, che non apparteneva a nessuno e alla quale nessuno ha mai dato un nome, se ne stava all’ombra, spalmata sulle piastrelle del terrazzino a cercare il fresco, intontita in un dormiveglia mistico che mi divertivo a osservare in silenzio o a interrompere, sadica, come tutti i bambini.
A dormire, come gli adulti, non ci riuscivo e il più delle volte, se sparivo al momento giusto, nessuno si ricordava di obbligarmi a farlo. Così rimanevo sola, in quel mondo inerte di cicale perpetue che mi costringeva a inventare mille modi per far passare un  tempo che, insieme al caldo, mi stava addosso opprimente di noia.
Sguazzavo in una vasca da bagno che mio padre, non ricordo più perché, aveva piazzato in mezzo al prato davanti casa. Entravo e uscivo dall’acqua, con addosso solo le mie mutande di cotone bianco. Un piccolo campo di pannocchie, che non so chi lasciava crescere proprio lì davanti, mi riparava dalla strada e dagli occhi indiscreti delle finestre altrui. Poi, cambiavo programma, scattavo in piedi, camminavo intorno casa, facevo cascare qualche prugna dagli alberi e me la mangiavo avidamente, anche se era calda, quasi lessata da quel sole impietoso. Oppure entravo nel fresco umido della cantina, recuperavo gli stivali e qualche contenitore e andavo a raccattare i girini in un fosso che passava lungo il confine. Mi mettevo lì, col sedere per aria a guardare i sassi sul fondo dell’acqua cercando di cogliere l’apparizione di quegli strani esserini tanto perfetti, lisci, come fatti di velluto nero che mi pareva un peccato si dovessero trasformare in rane.
A una certa ora, che coincideva più o meno con il momento in cui la siesta degli adulti volgeva al termine, sentivo arrivare da lontano il camioncino dei gelati. Scendeva dal paese, lungo la strada tutta curve e con la musica sparata a palla dall’autoradio, rompeva il silenzio e la noia. Io correvo in casa, portandomi sulla pelle il caldo, intontita dallo sbalzo di temperatura e mezza accecata dalla penombra e dal fresco delle stanze con le tapparelle abbassate. Stavo bene attenta a non svegliare nessuno, stisciavo in camera da letto cercando di trattenere il respiro grosso che mi saliva in gola per la corsa che avevo fatto. Mi infilavo una maglietta, prelevavo qualche soldo spiccio dal portamonete di mia madre, con l’orecchio teso per il terrore che il camioncino nel frattempo passasse e non mi trovasse lì ad aspettarlo. Sentivo la musica che si avvicinava e correvo lungo il vialetto di ingresso anche se mi accorgevo che la macchia bianca del furgoncino della Sanson non aveva ancora svoltato il curvane finale che lo conduceva sulla strada e poi davanti casa. Insomma stavo lì, ferma su quelle gambe secche che avevo, piene di graffi e pizzichi di zanzare, con i soldi caldi e sudaticci in mano. La faccia del tipo che guidava il camioncino non me la ricordo, ma non posso dimenticare quanto mi piaceva misurare il tempo che ci avrebbe messo ad apparire, quanto si sarebbe fermato davanti a l’una o l’altra casa. Invidiavo un po’ i bambini del vicinato che, a quanto vedevo, avevano i genitori svegli che si occupavano di fermare il camioncino e comprargli il gelato. Io come al solito facevo tutto da me, e un po’ mi vergognavo. Avevo paura che, siccome ero una bambina e per giunta praticamente in mutande, il tipo, non si sarebbe fermato. E invece lui, frenava lentamente e con la sua faccia anonima e dimenticata, scendeva dal camioncino, aspettava che gli indicassi il gelato che volevo sul poster appiccicato sul fianco, poi apriva lo sportello dal quale usciva una nuvola di fumo ghiacciato, io pagavo e tornavo verso casa lentamente, scartando il gelato.  Ecco, quando ascolto la canzone di Tom Waits, sembrerà una forzatura, ma capisco di cosa parla. La storia dei gelati lui la prende in prestito per usarla in modo parecchio allusivo, certo, ma in ogni caso, quella che credo voglia richiamare è l'aspettativa gioiosa, l'interruzione di passatempi vuoti, e forse quel tipo di noia pigra che assomiglia tanto a quei pomeriggi d'estate. E’ come se dicesse eccomi, ci penso io, sto qua apposta. E a me, il camioncino dei gelati, pare proprio di sentirlo arrivare nelle prime note che segnano l’inizio della canzone e che per sembrare lontane sono appena sfiorate sui tasti del pianoforte. Le stesse note, come un carillon quasi scarico, ritornano alla fine quando l’uomo dei gelati, dopo un intermezzo di allegro fracasso davanti a casa tua durante il quale ti ha colorato la vita al gusto fragola e ciliegia, riprende la sua strada e lentamente, così come è arrivato, se ne va.

Roba di misia venerdì, 01 dicembre 2006 ore 09:16 | link | commenti |


vengo anch'io

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