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stanlaurel
27.6.1980. nel documentario che ho visto in tv, a un certo punto hanno mandato in onda un filmato in cui inquadravano i parenti dei passeggeri. stavano lì, all'aeroporto e ancora aspettavano che atterrasse l'aereo.
qui un bellissimo articolo su Jaco Pastorius
un respiro.
dimenticato.
corto.
stretto.
annodato nel diaframma.
raggiungilo.
scioglilo.
lascialo andare.
mi sa che ho proprio (quasi) smesso di pensare che le persone alle quali voglio bene debbano volersi bene fra loro. che io non sono un catalizzatore di buoni sentimenti. non sempre almeno. non sono un conduttore di amore, di amicizia e via dicendo. ma soprattutto l'affetto non si trasmette per osmosi o attraverso vari e fantasiosi stadi di promiscuità. il volersi bene non si propaga neanche stando vicini vicini, come il raffreddore. ecco, insomma, mi sa che ho proprio smesso di pensarla così. un pò mi dispiace, che a me di fare la fatina del volemose bene mi piaceva mica poco. c'ero pure piuttosto portata. però, a dire il vero, grazie a questo distacco, ho come l'impressione che tutto, tutto ciò che non mi riguarda direttamente, che, nel bene e nel male, non dipende da me, e di conseguenza non ho il diritto e spesso neanche la possibilità di modificare, rimanga a una distanza tollerabile e possa farmi un pò meno male. insomma, voglio bene a persone che non si vogliono bene fra loro. embè, ma che è colpa mia? [ripetere come un mantra]. non è indifferenza. non lo è. è che ognuno combatte le proprie battaglie. ognuno ha il proprio carattere. ecc ecc è che io ho le mie, di battaglie. il mio, di carattere. ecc ecc è che poi, io sto sempre qua, se volete fare pace. è che un sacco di altre cose. non da ultimo è pure che, nonostante vi voglia tanto bene, fondamentalmente, m'avete proprio rotto le palle.
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un cocomero galleggia
in un secchio pieno d'acqua nella vasca da bagno
la frutta troppo matura è in frigo
un merlo sul davanzale
il profumo dei tigli
che striscia
rotondo
fluido
e vola
e mi insegue
di notte
lungo i marciapiedi
di giorno
cambia tutto
un sole inchiodato
su strade nude
squadrate per raggiungere un riparo
poi
acqua fredda scivola addosso
cancella il caldo
i luoghi le facce le parole
fresca penombra
filtra dalle persiane
sui muri bianchi di calce
odore di buono
in questa tregua misurata
ho liberato una vecchia canzone
sulla quale torno a cantare
a voce bassa
la nostalgia
e il suo contrario che non so come si chiami
se mai ha avuto un nome
pelle e lenzuola
carta
pagine e pagine
voglia di leggere
voglia di scrivere
voglia
e poi
la scelta inconsapevole
o meditata
delle cose da evitare
da non ripetere
e di quelle da pregare che accadano
ancora
che mi massacrino pure
sono qui
qui
qui
sembrava sparito
il pericolo
che porto nel cuore
invece
esiste
ha un peso.
da portare.
fuori.
altrove.
save me
from the ranks of the freaks
who suspect they could never love anyone 'cept the freaks
who suspect they could never love anyone but the freaks
who suspect they could never love anyone
ieri sera
tornata dal mare
mangiavo la simmenthal
e le carote
e in tv c'era la pubblicità della simmenthal
quella in cui tutti cantano
e ballano
perchè sono felici di mangiare la carne in scatola
io mangiavo
ma senza cantare
ogni tanto leggevo qualche frase
dal libro che tenevo aperto davanti a me
fuori dalle finestre spalancate
c'era il cielo ancora pieno di quella luce bella
che non si dice a parole
e le rondini impazzite di gioia
dalla strada
rumori di stoviglie dei ristoranti
risate
e una fisarmonica che suonava
quella canzone lì
quella del film il dottor Zivago
ieri sera
mangiavo la simmenthal
e la fisarmonica suonava
il dottor Zivago
io pensavo all'ultima scena del film
quella del tram
quando a Zivago
gli viene un infarto
perchè vede Lara
per strada
e la chiama
la chiama
la chiama
e lei
niente
non lo sente
e continua a camminare
ieri sera
per via della fisarmonica
e nonostante la simmenthal
e le carote
e la pubblicità
io non ero mica nella mia cucina
ma chissà dove
in russia probabilmente
però è durato poco
perchè subito la fisarmonica
ha attaccato con Lauretta mia
e io
mangiavo la simmenthal
e le carote
col libro aperto davanti
ma non era mica come la pubblicità.
oltre due ore di ritardo. la radiosveglia tanto celebrata perde i colpi. nell'ora in cui di solito arrivo in ufficio, ero a letto che dormivo beatamente. oggi mi sarei accontentata di essere svegliata perfino dai pooh, giuro. giuro che oggi non avrei fatto la difficile. invece dormivo. -si vede che ne avevi bisogno- mi dicono in ufficio quando arrivo trafelata e racconto delle due ore di sonno rubate a questa giornata. mi faccio le prediche da sola, ma malgrado le apparenze, concludo poco e niente in questi giorni qui. il prezzo che pago è che a tratti, avverto una fretta elettrica nel sangue. il battito del cuore accelerato, come se urlasse sbrigati, come se volesse arrivare prima, anche quando non c'è orario da rispettare, nè da portare a termine niente di urgente e potrei invece sem-pli-ce-men-te lasciarmi vivere. sarà colpa di un senso di colpa. perchè dovrei studiare. anzi mica solo quello. dovrei un sacco di altre cose. non so dire meglio. non so. bla bla bla ma a voler essere estremamente sintetica direi che ho assaggiato il sapore di questa estate e mi è sembrato maledettamente familiare.
_gran jazz_
continua a venirti il sospetto
che accadrà
qualcosa,
lo senti
sulla punta
delle dita
s'arrampica
sui muri
mentre la jazz band
continua a darci dentro,
passando da una canzone
all'altra,
su e giù,
una dolce scopata,
tu bevi senza
ubriacarti,
fumi infinite
sigarette all'angolo buio
del locale.
l'energia continua
a espandersi.
fumo, alcool
e jazz.
tutta la città è qui,
è qui il mondo
intero.
se esiste una risposta,
è qui.
boia d'un dio.
non t'alzi neppure
per pisciare.
la tieni stretta.
accadrà
qualcosa.
è come gli anni venti
a Kansas City.
baby, baby,
resterò qui
per sempre,
dovranno affettarmi
le ossa
per strapparmi
dalla sedia,
sta accadendo,
accade,
finalmente, finalmente,
finalmente...
_Charles Bukowski_
con buona pace di Freud e di tutti l'amichi sua, i tormentosi sogni che hanno accompagnato la notte appena trascorsa io non li attribuirei mica al mio castigatissimo subconscio che tramite astrusi simboli ancestrali, tipici del mio linguaggio onirico, cercava di comunicarmi qualcosa, no no. la pizza. la pizza coi peperoni. (e le melanzane. e le zucchine. e scusi, che mi ci potrebbe mettere anche un pò di prosciutto crudo sopra?). da quando ho detto no alla mozzarella, le pizze me le invento io e a volte esagero un pò. insomma, ieri notte, torno a casa da questa cena, mi stendo sul letto e, tempo due secondi, mi rendo conto di avvertire come un vago peso (metafisico, per carità) all'altezza dello stomaco. allorchè mi sono detta: suvvia ma che sarà mai, per du' peperoni non è mai morto nessuno. mi giro sul fianco e mi addormento senza difficoltà. alle due di notte mi sveglio per via di un sogno angosciante. e anche per via di una sete disperata. maledico i peperoni e il prosciutto crudo, raggiungo in stato di trance il frigo, mi scolo un litro d'acqua a garganella, torno a letto e mi riaddormento di botto. ma mica finisce qui. questa sequenza sogno-risveglio-frigo l'ho ripetuta per altre due volte finchè, per interromperla, ho deciso di distrarmi un pò. la meraviglia di john coltrane & duke ellington che ho postato ieri (e che si intitola in a sentimental mood) mi aveva fatto tornare in mente una bella poesia di bukowski sul jazz. e appunto, ieri notte, per porre fine alla mia lotta impari coi peperoni, questa poesia avevo deciso di andarmela a cercare tra le decine di libri di poesie di bukowski che posseggo. ho sfogliato l'indice di qualcuno di questi, in piedi, davanti alla libreria. poi, siccome la ricerca si faceva lunga (con l'occasione rileggevo un sacco di poesie, mica solo l'indice) e nella speranza di conciliare il sonno, i libri li ho portati tutti a letto con me. la poesia sul jazz, l'ho trovata nell'ultimo volume che ho spulciato. il suo titolo è gran jazz. l'ho letta, ho pensato che anche stavolta bukowski ci ha preso, poi ho spento la luce e finalmente, io e i peperoni ci siamo addormentati in pace circondati dai libri di poesie. stamattina ho un sonno tremendo, due occhiaie che la dicono lunga, però la poesia eccola qua.
eccola qua manco per il fischio. me so' dimenticata il libro sul letto. o meglio, ho preso il libro sbagliato. mannaggia ai peperoni. la posto più tardi.


petali di rosa foglie di mimosa buddleia ribes nero legno vaniglia eccomi non ho altro da aggiungere ti porto a non fare niente su un prato a non pensare o a pensare pensieri che non fanno male che non cambiano il mondo e vanno via come quelle nuvole lente e innocue belle da guardare posso leggere ad alta voce senza fretta libri perfetti ai quali non toglieresti nè aggiungeresti nulla tutto si può fare perfino parlare ma per favore non facciamo niente e ascoltiamo quello che del mondo si ascolta solo quando ci si ferma senza motivo apparente due uova tre etti di farina centocinquanta grammi di zucchero centosettantacinque grammi di burro vaniglina un pizzico di sale marmellata
domenica sera. mi allungo sulla poltrona e senza accorgermene mi addormento davanti al tenente colombo. il tenente colombo ha di bello che il telespettatore sa fin dall'inizio chi è l'assassino considerato che il telefilm comincia proprio con il delitto. dopo un pò arriva il tenente colombo col suo impermeabile unto e ciancicato e pure se tu già lo sai chi è l'assassino, lui deve fare il suo mestiere: studia la scena del delitto e ci trova sempre qualcosa che non gli quadra, fa le domande a tutti, fuma il sigaro e scrive cose sul suo taccuino, un pò unto pure quello. a me mi sembra sempre un pò tonto 'sto tenente colombo, ma credo dipenda dal fatto che io già so chi è l'assassino, qual è il movente e quale l'alibi e lui invece no. sarà per via di questa onniscenza assoluta, o per via del sottofondo musicale anni 70 che è una specie di loop ipnotico, ma davanti al tenente colombo scende su di me una tale tranquillità, che finisco quasi sempre per addormentarmi. ieri sera, mi sono svegliata solo quando il tenente colombo aveva ormai capito tutto. avevo fame ma non avevo voglia di cucinare. allora ho cenato con marmellata di fichi fatta in casa e fette biscottate. sto bene. oddio, bene è una parola grossa. potrebbe andare meglio. magari molto meglio, ma mi arrangio. ho fatto il censimento dei casini che mi amareggiano l'esistenza. li ho messi in fila e me li sono studiati bene bene. ogni tanto me li dimentico, poi faccio l'appello e non ne manca mai nessuno. ma prima o poi. prima. o poi. in ogni caso il mio idolo rimane la signora fletcher. io dico sempre che da vecchia vorrei diventare come jessica fletcher, anche se i miei amici dicono cazzodici la signora fletcher porta sfiga.
Tantas veces me mataron,
tantas veces me morí,
sin embargo estoy aqui
resucitando.
Gracias doy a la desgracia
y a la mano con puñal
porque me mató tan mal,
y seguí cantando.
Cantando al sol como la cigarra
después de un año bajo la tierra,
igual que sobreviviente
que vuelve de la guerra.
Tantas veces me borraron,
tantas desaparecí,
a mi propio entierro fui
sola y llorando.
Hice un nudo en el pañuelo
pero me olvidé después
que no era la única vez,
y volví cantando.
Tantas veces te mataron,
tantas resucitarás,
tantas noches pasarás
desesperando.
A la hora del naufragio
y la de la oscuridad
alguien te rescatará
para ir cantando.
ArDeCoRe
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GENOVA_2001
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