IzZiO
FaTbOy
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Mr_CoBbLeP0t
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vOlSo
mIsS_zEbRa
stanlaurel
piove, sono già tre volte che la luce va via in un puff e ritorna in un singulto di bip verdi e rossi emessi da pc stampanti fotocopiatrici e apparecchi vari che riprendono di colpo la loro attività. la luce a neon che ritorna all'improvviso sembra più fredda e offensiva di prima che se ne andasse. dalla strada il concerto del traffico, vale a dire l'alternarsi di un minuto di silenzio surreale imposto dal semaforo rosso, seguito dal boato dei motori allo scattare del verde. questo, più il rumore dei pneumatici sull'asfalto bagnato a fare da sottofondo. e dire che su questa strada una volta ci passavo esclusivamente per raggiungere il mare. ora la guardo e la sento scorrere fuori dalla finestra, con la pioggia e con il sole, dimenticando che questa biscia dai mille occhi di automobili che tornano e vanno, fondamentalmente, rimane una strada buona per raggiungere il mare. il mare. il mare. mi manca. sto perdendo l'abitudine di concedermi quelle tregue strampalate, dagli impegni e dalla gente, nelle quali ero specializzata. sono giornate che richiamano all'ordine e mi manca la fantasia per inventare vie di fuga. la ragazza immaginaria, quella che sarebbe scivolata tra le lenzuola, stesa sul fianco. quella da guardare dritta negli occhi. quella che entra nelle canzoni. quella che mangia di gusto, che beve vino rosso e spartani aperitivi. quella che dorme, si sveglia, parla, ascolta. quella lì, non so che fine abbia fatto. s'è persa nelle parole. pezzo a pezzo, ogni frase le ha tolto qualcosa tanto che si fa fatica a ricordarla, a chiamarla per nome per chiederle di restare ancora un pò. ma posso sempre tornare a casa e tentare di evocarla in qualche modo. ci sono parole più buone e sincere delle nostre nelle canzoni. ce le troviamo addosso quando, come una buccia, eliminiamo gli strati di questa giornata. l'armatura di umore, ansie da precaria e cose rimaste da fare. via. maglione, calze, scarpe. via. ecco come ricordiamo di immaginarci. come sicuramente siamo.
sogno appuntamenti mancati. nei sogni ricevo sms che preannunciano arrivi imminenti. -aspettami lì- mi dicono e il lì in questione sono sempre luoghi scomodi, ridicoli e sconvenienti. tanto per fare qualche esempio, una via di traffico meretricio lungo la quale, per non rimanere ferma ed essere oggetto di viscide attenzioni, cammino su e giù con un piglio serio e strafottente, ma con l'animo pieno di vergogna. lì è anche un luogo indescrivibile, funestato da poderose raffiche di vento, in prossimità del baratro di un enorme cratere. in entrambi i casi aspetto un pò, sulle spine, per via del luogo e dell'attesa stessa. sto lì perchè "non si fa" di non esserci, più che per la fiducia che nutro nella coerenza di chi dovrebbe arrivare. poi, di punto in bianco, me ne vado. mi allontano, giusto un istante prima che arrivi un ulteriore sms che mi dice -non vengo più- seguito da una faccina che fa così : :). nel proseguio del sogno riesco a vedere il cratere dall'alto e a scoprire che trattasi di una miniera di diamanti che arriva fino alle viscere di questo mondo. una cosa impressionante, la guardo come se ci stessi volando sopra con un elicottero. sento il cuore che mi scappa dal petto e si tuffa, fa un salto nel niente e sprofonda in quel vuoto nero del quale non riesco a vedere la fine. giù giù giù. i sogni finiscono così. mi allontano da quella via. volo via dal cratere. è un periodo così. di attese false. di falsi arrivi. di fughe, false pure loro, credo.
ecco, a proposito della forma e del contenuto e della forma della forma e della forma del contenuto e del contenuto della forma cioè insomma, anche se le idee ancora mi si intrecciano a riguardo, tanto per dire, oggi è il turno di questa città qui. magari così a prima vista non c'entra niente nè con la storia della forma e del contenuto, nè coi loro oscuri ed efficaci intrecci, però a me mi pare che invece sì, c'entra. sicuro è che c'entra qualcosa con me che vorrei tanto scrivere com'è che sto in questi giorni qua. scriverlo, qui o altrove, mica per il gusto di battere sui tasti o per ricamarci sopra con le parole, no. scriverlo per riuscire a dirlo a me stessa, chiaro e tondo, com'è che sto veramente. me so' capita da sola, va bene così.
ieri sera c'era questo tizio in piedi ad un angolo di muro accanto all'uscita della metro, stava lì immobile, come incagliato in mezzo al fiume di gente che continuava a scorrergli accanto. sul volto aveva un'espressione serena e con un tono pacato e monocorde continuava a ripetere questa frase -il regno dei cieli è arrivato pregate per voi e per i vostri familiari-. la ripeteva ininterrottamente e la sua voce mi ha seguito lungo tutto il corridoio e fin sulla scala mobile. con l'apocalisse imminente, quello stava lì ad avvertire la gente e a dargli suggerimenti su come ingannare il tempo nell'attesa, la metro continuava a funzionare, il giornalaio a vendere i giornali, la gente ad affollare la stazione scendendo dai treni e aspettandoli, la tavola calda a vendere i tramezzini del giorno prima, io intanto acceleravo il passo sperando di non vedere il mio autobus partire dal capolinea senza di me.
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ogni tanto io
faccio questa cosa qua:
prendo le citta invisibili di calvino
lo apro a caso
e leggo la città che mi è capitata in sorte.
è una cosa stupida
lo so
ma quel libro
è un signor libro
e con i signori libri
ci si possono prendere certe libertà.
infatti
quando faccio questa cosa qua di aprirlo a caso
nella storia
e nella descrizione
della città
trovo sempre qualcosa
di stranamente adatto
perfino combaciante
al mio momento presente
a volte
trovo addirittura qualcosa di utile
utile
in quel modo discreto
ma disarmante
in cui i libri sanno essere utili
quando letti al momento giusto.
qui, per provare.
e te dico de no che non è la pressione bassa è che c'ho come na specie de calo d'adrenalina
ieri guardando la colonna destra di questo blog mi sono resa conto che è dal lontano mese di dicembre 2004 che scrivo qui dentro. sono andata a rileggermi vecchi post, zompando da un anno all'altro, da un mese all'altro. mi sono sentita un pò in imbarazzo. mi sono praticamente un pò vergognata di me. un pò tanto in alcuni casi. non tanto per via della forma, chiamiamola così, che di quella alla fine chissenefrega, piuttosto del contenuto, ossia di quello che c'è o c'era dietro le parole che ho appiccicato qui dentro. non è che rinnego niente, ma tra il non rinnegare e lo scrivere pubblicamente e lasciare lì, c'è una bella differenza. dice: embè ma che te l'ha ordinato il dottore di aprire un blog e farcirlo con gli affaracci tuoi? no. per carità. però, insomma, dai, ci siamo capiti. siccome poi non avevo niente da fare, finito di fare le pulci al mio passato, mi sono messa a leggere un pò di blog altrui in giro per la rete. ho beccato il blog di una che scrive che quando ha le mestruazioni il naso le diventa più grosso. giuro. ecco, a parte il fatto che in materia ne ho sentite tante di cazzate, dalla maionese che impazzisce alle piante che appassiscono se anche solo sfiorate da una donna mestruata, da quelle che non si fanno il bagno, a quelle che non fanno infinite altre cose che lasciamo perdere sennò questo post diventa troppo pulp. dicevo, ne ho sentite tante, ma questa del naso proprio mi mancava. comunque il bello dei blog, se c'è, è che ci puoi scrivere proprio quello che ti pare. allora tra me e la tizia con le mestruazioni e il naso grosso, non c'è molta differenza, fatta eccezione per la storia delle mestruazioni e del conseguente naso grosso. cioè, questo lo dico per far capire che va bene così. benissimo anzi. non sto a sindacare niente a nessuno. finchè si è liberi di scegliere cosa leggere o meno, ognuno è libero di scrivere quello che desidera. o no? tuttavia, a costo di sembrare presuntuosa, devo confessare che dopo aver letto il blog della tizia in questione, mi sono vergognata un pochino meno del mio.
Silenzio dal tuo corpo - Franco Arminio
Silenzio dal tuo corpo
da molti secoli, da molti giorni.
Ho sentito e ho detto parole buone per le tane
di formica che abbiamo nella mente.
Non ho sentito la tua lingua
le tue braccia che cercano asilo sulle mie spalle.
Un giorno ti stancherai di mancarmi,
magari sarà un giorno di pioggia
un qualunque pomeriggio d’inverno
coi piatti ancora sporchi nel lavello.
Potrei essere vivo o morto
non importa, avrai un desiderio
di farti prendere dai miei occhi: sono qui
amico amico, baciami, tienimi stretta.
Io lascerò gli angeli, lascerò l’inferno
per tornare alle briciole della storia, farò posto
sul tavolo, sposterò la bottiglia e i bicchieri
per far posto alle tue gambe,
il tuo corpo sul tavolo sarà un perfetto altare
io pregherò perché non cada la nuvola
su cui si sostiene la casa, fermerò il vento
tra le dita, sarò felice mentre mi sorridi.
Perché il mondo
non deve apparecchiare questa scena?
Perché tutto questo deve restare qui
su questo foglio?
Forse non sei tu che non mi vuoi.
Forse non sono io che ti voglio.
quando in anticipo sul tuo stupore
comunque alla fine ho comprato due sedie. una con le ruote. una senza. entrambe le sedie si chiamano come mio fratello. quella con le ruote si chiama proprio come lui. quella senza, si chiama come lui, ma in versione svedese. ecco, ieri sera stavo lì seduta per terra, con le spalle appoggiate al letto, pensando a tutto e a niente, guardavo le mie sedie ancora imballate e da montare e il nome di mio fratello sull'etichetta sembrava come dirmi -forse è ora di fargli una telefonata-
un finesettimana, quello appena passato, un pò così. cioè, un pò tutto e il contrario di tutto. mi nutro di aperitivi. aperitivi serali principalmente. quelli che dovrebbero fare da preludio a una cena, che puntualmente non faccio. si comincia verso le 19 e si termina dopo ore ed ore durante le quali parlo, ascolto e contemporaneamente assumo massicce dosi di alcool arachidi e pizzette. c'è la testa che comincia a dirmi cose e il cuore che invece tace. dice: ma non avrai un pò rotto le balle con 'sta storia della testa e del cuore? parlaci del fegato ogni tanto no? dei reni. del colon. a voler essere un tantino più romantici e meno gastrici, parlaci delle ovaie tiè. c'hai trentun anni suonati, sarà ora che pensi alle tue ovaie che dici? e invece no. il cuore tace, come quelli che hanno detto tutto. tutto quello che avevano da dire, in barba all'orgoglio e alle tattiche da quattro soldi che impongono di tacere, di centellinare parole e sentimenti. questi qua, quelli che parlano invece, comunque vadano le cose, possono andare avanti a testa alta. avendo come un vago dubbio di essere dei gran pirla, ma a testa alta. con le ossa rotte, un occhio nero, ma a testa alta. vuoi mettere? insomma il cuore tace e pare che aspetti istruzioni dalla testa. io per dimostrare il mio dissenso spengo le cicche nel vaso del ficus benjamin che nel frattempo si è un pò ripreso.un finesettimana un pò così dunque. venerdì sul sito di ikea ho scoperto che tutte le cose che mi servivano non erano disponibili. disponibilità -no- diceva il sito se interrogato sul tavolo ingo e su tutte le altre robe dai nomi vagamente nazisti che devo comprare. questo non è bastato a risparmiarmi una gita in quel girone infernale pieno di coppie pucci pucci con gli occhi da invasati che girano per i reparti. a me dopo un quarto d'ora che sto lì dentro mi viene voglia di buttarmi per terra e simulare un attacco epilettico, così, giusto per guastare l'atmosfera. o, in alternativa, mettermi a correre in cerchio agitando le braccia e urlando -è tutto un complotto un complotto scappate scappate salvatevi finchè siete in tempo è un piano diabolico ikea le tv satellitari il vaticano il cristianesimo evangelico apocalittico le previsioni del tempo i televisori al plasma in offerta speciale i quattro salti in padella salvatevi-. c'è che a me mi fa questo effetto qua vedere tutta questa gente che si compra le robe per tapparsi in casa quando invece bisogna andare fuori fuori fuori.

capisci che stai diventando grande, più grande di quello che forse vorresti, quando ti accorgi che ti piacciono quelle cose che quand'eri piccolo non ti piacevano e per le quali i grandi invece sembrano andare matti. un esempio su tutti: le caramelle al miele dell'ambrosoli. le caramelle al miele dell'ambrosoli sono per antonomasia caramelle da vecchi. se la battono con le rossana. a me le caramelle al miele infatti me le offriva sempre una vecchia sorella di mio padre quando andavamo a trovarla a casa sua. ricordo queste visite infinite, noiose, con i grandi che parlavano parlavano e io lì a smaniare. poi, puntualmente, quando le chiacchiere cominciavano a languire, si ricordavano di me ed ecco apparire le caramelle al miele che mia zia mi offriva pensando di farmi cosa gradita e che io accettavo per non offenderla. ricordo quella carta gialla che non prometteva niente di buono e poi la caramella gialla pure lei. la mettevo in bocca controvoglia e la sputavo di nascosto, prima che il suo melenso ripieno mi si sciogliesse sulla lingua. pensavo -ma come si fa dico io a mangiare 'ste caramelle tristi tristi tristi con tutte le altre caramelle fichissime che esistono al mondo?- mi chiedevo cosa mai deve capitare nella vita di una persona affinchè questa arrivi a considerare un buon modo di passare il tempo starsene seduta in una stanza a parlare di cose noiose invece, che ne so, di andare in giro a trovare gli amici, poi sulle giostre, poi a mangiare il gelato eccetera eccetera eccetera? cos'è che succede mai di così terribile per cui uno arriva a farsi piacere 'ste caramelle da vecchia zia rincoglionita invece per esempio delle caramelle quelle lì che dentro hanno il ripieno frizzante che ti esplode in bocca in tutto il suo scoppiettante sapore? le stesse cose me le chiedo ora. ora, che le caramelle al miele piacciono anche a me, che le caramelle frizzanti invece mi fanno male allo stomaco e che mia zia, paceall'animasua, è morta da un pezzo.


prima di spegnere la luce e addormentarmi mi guardo intorno e la carta da parati mi appare in tutto il suo tragico pallore fatto di buchi e ombre scure di quadri che stavano appesi lì lì e lì. la strada è silenziosa, le persiane socchiuse e la finestra un pò aperta. approfittando del vuoto intorno lo stereo al volume minimo diffonde i miracoli delle mani di art tatum. io penso diosanto senti questo come suona e sono felice in un modo piccolissimo, tutto mio. felice che non ci siano ancora quadri sedie tavoli librerie ad occupare lo spazio cosicchè le note possano infilarsi dappertutto, scivolare lungo i muri, strisciare, rimbalzare sul pavimento, raggiungere ogni angolo, rimbombare, dilatarsi e perfino sdraiarmisi accanto. al di là della parete abita un vecchio un pò sordo con la passione per i dibattiti televisivi. a volte lo sento borbottare qualcosa coperto dalle voci che borbottano qualcos'altro in tv. penso a tutta questa gente che parla parla parla. penso a questa deriva isterica dalla quale rischiamo di farci inghiottire. penso, a tale proposito, che a me beppe grillo, sinceramente, non so neanche spiegarmi bene perchè, m'avrebbe già rotto abbastanza le balle. penso poi a cose più serie, tipo il colore delle tende che comprerò. con la testa sul cuscino e lo sguardo che si muove per la stanza scelgo, con la telecinesi, la disposizione della sedia del tavolo della libreria, cioè di tutto ciò che ancora non c'è. arriva il sonno, spengo la luce, sorrido. poi mi rendo conto che sto sorridendo, da sola, in una stanza semivuota e mi sento ridicola, talmente ridicola che sorrido di nuovo. mi addormento immaginando art tatum, seduto davanti a un piano, mezzo cieco, rovinato, ma con le mani la testa e il cuore collegati tra loro.
a me adesso mi piacerebbe tanto scrivere di quelle robe ma di quelle robe che poi quando le rileggo mi dico ecco brava volevo scrivere proprio questo e però insomma vivo un momento che non so ancora guardare con sufficiente distacco e non ho nessuna fretta di farlo un periodo in cui nonostante il bisogno di esprimermi raggiunga anche dei picchi di intensità preoccupante proprio non riesco a tirare fuori niente da me a parte un parlare di tutto con tutti e attaccare bottone con facilità impressionante con i più disparati rappresentanti della razza umana volevo dire cioè riguardo al fatto di scrivere che a volte inizio a farlo poi rileggo e penso che schifo che schifo che è come se qualcun altro che non capisce un emerito piffero di me si fosse messo a scrivere al posto mio e mi facesse quasi il verso e insomma qualcuno questa roba qua la chiama schizofrenia ma alla fine non importa quante personalità una abbia l'importante è che vadano tutte d'accordo e abbiano più o meno gli stessi gusti in fatto di uomini e insomma poi a proposito di sdoppiamenti volevo pure dire che qua si sta valutando seriamente la faccenda di farsi clonare non una non due non tre cioè non lo so quante volte che non ho fatto ancora il conto di quanti cloni mi servirebbero considerando che ogni clone lo manderei in un posto diverso dove vorrei/dovrei essere in questo momento dunque il clone numero uno sta con mia mamma l'altro lo mando da ikea a comprare il tavolo ingo la sedia svenning e la libreria ivar più due/tre barattoli di vernice della quale devo ancora decidere i colori un altro clone rimane in ufficio e porta a termine tutta la marea di cose che devo fare intanto io me ne vado in patagonia mentre il clone numero quattro invece sta già qui e per l'appunto scrive questo post senza nè capo nè coda e poi alla fine sai che succede? arriva il clone numero cinque e lo cancella mentre il clone numero sei quasi quasi prende un treno e viene viene da te.
non è -piano-
e non è -piano piano-
è -pianopiano-.
tuttattaccato.
è diverso.
fatto sta che io ho come l'impressione che qualcuno dia per scontato che io sappia quello che sto facendo e che farò. magari anche prima. prima di farlo. tanto da averci pure un repertorio di motivi per cui faccio/farò da recitare a memoria qualora interrogata in merito. invece no. però faccio finta, così stanno tutti tranquilli e non mi massacrano di domande e consigli. un pò faccio finta pure con me stessa, tanto per. dice perchè? dice quando? dice ma sei sicura? dice ti sei ricordata di? e l'hai fatto questo e quello? io rispondo non ancora, è presto e bla bla bla. ma confesso che sono tutte scuse. tanto per dire, ieri sera, seduta sul letto ho fissato il vuoto per un tempo incalcolabile. roba degna di un quadro di hopper. insomma per come stanno andando le cose probabilmente me ne andrò nel modo che ritenevo il meno probabile. ossia come una che scappa. o una che è cacciata via. come una ladra. infilando a casaccio cose e pensieri nel mio trolley rosso che non sarà sufficiente a contenerli tutti. me ne andrò così. e certe frasi, certi congedi mentali da cose e luoghi che non sto qui a scrivere, confesso che mi stanno passando in testa con la voce di remo remotti. pensa te come sto. me ne andavo da eccetera eccetera. ovvero, vado. via. da casa. e poi credo, a breve, anche da te. ma una cosa per volta, che non ho l'animo, nè il sistema immunitario adatto, per troppe emozioni in contemporanea. c'è un'urgenza strana. pacifica, ma inderogabile. che strana sensazione questa : la testa e il cuore sono la stessa "cosa" in questi giorni. quelle rare volte che non è così, si mandano allegramente a fare in culo l'una con l'altro.
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