ho lavato 2 banconote da 20 euro in lavatrice. le avevo dimenticate nella tasca di un cardigan. ne sono venute fuori una fetecchia, sbiadite in un colore tendente al lilla spinto, ma profumate di ammorbidiente superfuffoloso. quasi dispiace spenderle guarda. la cosa interessante dell'avere una psicologa come coinquilina è scoprire che certe attitudini altrui, altrimenti definite con banali parole o parolacce, grazie all'ausilio della scienza della psiche, si possono chiamare in un modo di molto ma di molto più fico. tipo: un essere umano che meritasse l'ormai abusato appellativo di -egoista-, soprattutto nel caso in cui si rendesse necessaria l'aggiunta dell'estensione -di merda-, grazie alla coinquilina ho capito che lo si potrebbe invece definire -un soggetto che dimostra scarsissima percezione dell'altro-. cioè, vuoi mettere? oppure, quello/a che abitualmente chiameremmo -stronzo/a- per la psicologia ha tutt'altro nome, che però io già non me lo ricordo più. allora ho capito che è meglio se nella vita continuo a fare quello che faccio, compreso lavare i 20 euro in lavatrice e chiamare -stronzo- uno stronzo, perchè mi sa che non farei per niente strada come psicologa.

Roba di misia mercoledì, 30 gennaio 2008 ore 17:12 | link | commenti (6) |

dedicata

 


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Roba di misia martedì, 29 gennaio 2008 ore 12:58 | link | commenti (1) |

on and on and on



più.




                                                                                   non mi vedi




                                                                                a me




                                                                               che da lì




                                                                     ma talmente su




                                                                su




                                                            più




                                                e arrivi su




                              poi ti ci arrampichi




                un'architettura di frasi                   




           ci monti




 su una parola in pratica           




                           e un'altra ancora




                    e un'altra




              ne metti un'altra




          una parola




       sopra




e poi succede questo




Roba di misia lunedì, 28 gennaio 2008 ore 17:25 | link | commenti (4) |

Muitas vezes faz chorar outras vezes faz sorrir

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Roba di misia sabato, 26 gennaio 2008 ore 18:36 | link | commenti |

se


mi


ta


gli


a


ss


e


ro


a


pe


z


z


e


tti

Roba di misia venerdì, 25 gennaio 2008 ore 11:11 | link | commenti (1) |

nonostante il vento nonostante i passi...

quelle sere di fine estate quando venivo a cena lì e la casa era piena di scatoloni di robe ammassate da buttare da portare via c'era un'aria appesa da fuga scomposta da trasloco scriteriato c'erano le cose che parlavano di un'assenza e c'era pure la tua gatta bellissima che girava per le stanze annusando tutto come fosse la prima o l'ultima volta non si lasciava mai prendere la gatta tua ma guardava in quel modo che metteva soggezione c'era il balcone dove cenavamo e passavamo la notte a parlare a fumare ad ascoltare la musica bassa che arrivava dallo stereo dentro casa e io ti facevo ridere pure se non c'era niente da ridere non c'erano soldi non c'era lavoro non c'erano più padri da biasimare o da curare c'era un perdono semplice e istintivo che scendeva su tutti gli errori su tutte le cose quelle da buttare e quelle da conservare il tempo non esisteva o comunque non passava di là le ore erano immobili e a volte come ora che sono stanca di correre mi mancano quelle notti che rimangono come cristallizzate e perfette lì in quella casa che non c'è più la gatta invece c'è ancora io non riesco a fermarmi mai veramente da nessuna parte perchè il tempo arriva sempre prima di me e tu sei proprio uno stronzo io pure a modo mio un pò stronza lo sono diventata anche per merito tuo tanto però lo sai che ti voglio bene e che mi manchi lo stesso ciao

Roba di misia giovedì, 24 gennaio 2008 ore 17:13 | link | commenti (1) |

pochi, ma buoni

E' mestiere del vento alzare le vele -

Ma noi possiamo scegliere il colore,

il loro verso, la gioia di resistere e che muove

dall'albero maestro - fermo,

con le radici nel bene della terra -

e che ci porta vivi

in pochi amici, come dopo una guerra.

 

(Silvia Bré-Le barricate misteriose)

Roba di misia giovedì, 24 gennaio 2008 ore 10:29 | link | commenti |

orori ed erori

la pubblicità della collana di dvd i misteri d'italia di carlo lucarelli alla fine, con la voce enfatica da réclame, dice -prima uscita: la strage di ustica a soli 3 euro e 99-. la strage di ustica. a soli 3 euro e 99. cazzo.


il foglio, firmato dall'amministratore e affisso sul cancello d'ingresso, quello davanti al quale mi fermo sempre a cercare le chiavi, dice -si comunica hai signori condomini...-

Roba di misia lunedì, 21 gennaio 2008 ore 10:10 | link | commenti (3) |

la strada è una striscia di asfalto lucido. è un fiume dal letto buio che scorre ai miei piedi sotto l'argine del marciapiede. le automobili sono sciami di pesci notturni con gli occhi accesi, pesci grandi e piccoli, si muovono a scatti oppure scivolano via, fluidi e veloci. se il mondo si fa liquido io mi ci sciolgo dentro. i sensi non si perdono, restano all'erta. la parola amore si presta ad essere sospirata, oppure sfugge dal fiato al posto dei nomi. un nome è ben più prezioso, è tuo. se chiamo per nome, faccio mio in un modo unico e speciale. tu chiami sogni i desideri più fragili che si discostano dalla realtà e dal presente. come tali li trattieni nei margini mutevoli di un pensiero. ora che piove, raccontami i sogni che dici di portare nella testa e che ti tengono compagnia mentre anche tu scorri lungo il fiume della strada. scegli un sogno, uno solo, regalamelo a parole. lo terrò vicino in questo tempo in cui navigo a vista e non mi allontano troppo dalla riva. gli parlerò di te affinchè quando te lo restituirò, non ti abbandoni più.  

Roba di misia giovedì, 17 gennaio 2008 ore 11:29 | link | commenti (1) |

pensa leggero

una delle tante cose che non ho portato via con me è la sveglia. uso quella del cellulare puntata sulle 6 e 55. quei 5 minuti che mancano alle 7 fanno la differenza, mi ammorbidiscono il risveglio. dal lunedì al venerdì alle 6.55 parte la suoneria,  io con gli occhi chiusi cerco il cellulare sul comodino e premo un tasto a caso per far cessare quel trillo irritante che riempie di urgenza crescente il silenzio, l'aria e la penombra della stanza. spenta la suoneria tutto torna come prima, tant'è vero che a volte capita, come oggi, che mi (ri)addormenti con la stessa sacrosanta convinzione priva di sensi di colpa con cui si dorme la domenica mattina. a (ri)svegliarmi alle 7 e zero5 è stato un sms di un amico. in viaggio, sveglio dalle 4.30, con tanti kilometri di autostrada e musica e pensieri alle spalle. dice ho cercato di immaginare in che modo stavi dormendo e di che umore ti saresti svegliata. mi guardo allo specchio e posso solo constatare che non ho l'aria molto riposata. poche le ore di sonno, mal di testa leggerissimo, ma persistente. ieri sera ho mischiato vino rosso, grappe varie e vin santo alla quantità infinita di chiacchiere che solo quattro donne, sedute intorno a un tavolo di cucina, possono produrre. il risveglio prosegue scandito dal fitto scambio di sms tanto che lui sembra essere lì con me, mentre preparo il caffè (due cucchiaini di zucchero grazie, mi scrive), mentre lo bevo e mangio le frappe avanzate di ieri sera, mentre esco di casa con un enorme sacco di spazzatura da buttare, e poi nel traffico eccetera eccetera eccetera. sono in ritardo, ma poco importa. il cielo è di un colore tra il grigio piombo e il celeste poco convinto, ma va bene così. nel lettore mp3 ho musica nuova da ascoltare. mi ci immergo, sott'acqua riesco a respirare ad una ad una le parole. sembrano andare bene per tutti e due. se ti perdi ancora nei dettagli allontanati dal tuo sentiero la distanza spesso può aiutarti a capire ciò che serve davvero. buongiorno.

Roba di misia mercoledì, 16 gennaio 2008 ore 11:30 | link | commenti |

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a volte mentre cammino, vado in bici, oppure mentre sono su un autobus e non c'è traffico, o in metropolitana nel tratto scoperto tra san paolo e piramide, scrivo delle lettere bellissime nella mia testa

Roba di misia martedì, 15 gennaio 2008 ore 18:05 | link | commenti (1) |

m'hanno dato un buono

Roba di misia lunedì, 14 gennaio 2008 ore 12:41 | link | commenti |

come quando al telefono prima di salutarmi mi dici -sorridi- e io ogni volta penso mo' lo mando a quel paese e invece sorrido

Roba di misia venerdì, 11 gennaio 2008 ore 12:24 | link | commenti (2) |

un giorno sulla prospettiva Nevski per caso vi incontrai Igor Stravinsky

magari diventare grandi o comunque si voglia chiamare quella roba là che succede nei tempi e nei modi più disparati ma comunque indipendentemente dalla propria volontà e nonostante gli ostinati tentativi di opporvisivicitisi diventare grandi no? c'hai presente quella specie di trasformazione che praticamente funziona così le cose della vita tua cambiano un pò in meglio e un pò in peggio e pure tu diventi un pò meglio e un pò peggio e che come la metti la metti c'hai qualche anno in più rispetto a quando ce ne avevi qualcuno in meno e già solo questo fattore squisitamente numerico c'ha un suo ruolo nella faccenda che un conto è averci un 2 davanti all'età che si ha e un conto è averci un 3 e così via 4 5 e 6 fin quando davanti non c'hai un 9 e lì speriamo che non si perda tempo con la matematica ma si torni a uno stato di beata puerilità tanto da non pensare più ai numeri insomma diventare grandi volevo dire che significa pure tra l'altro che per esempio durante un pranzo domenicale tu racconti a tua madre -lo sai che è successo questo e quello e bla bla bla- e tua madre ti dice quella frase maledetta e cioè -te l'avevo detto- anzi per la precisione ti domanda -scusa se te lo faccio notare ma è vero o no che te l'avevo detto?- abbassando significativamente la voce sulle ultime 3 parole e tu a differenza di qualche anno fa quando eri meno grande di quanto non sei grande adesso non ti esibisci in performance apocalittiche contro questa barbara usanza di ribadire il fatto di -averlo detto- che se c'avevo bisogno di uno che le cose me le diceva prima andavo dal divino mago otelma no siccome adesso sei grande stai zitta fai finta di non aver sentito ma dentro di te lo ammetti che sì te l'aveva proprio detto.

Roba di misia mercoledì, 09 gennaio 2008 ore 17:57 | link | commenti (2) |

un caffè

A. l’erba la compra da due fratelli che avendo smesso da tempo di fumare cedono ad amici e selezionatissimi conoscenti i frutti del loro raccolto “auto-prodotto”. Funziona così: A. riceve da uno dei fratelli un sms che fa –ci prendiamo un caffè?-, lui risponde –vengo oggi pomeriggio- oppure –vengo domani dopo cena- e i due fratelli l’aspettano, forse anche per offrirgli davvero un caffè.



In Spagna, dice M.,  –un caffè- è un’attività che implica il dedicare all’altro almeno due o tre ore di tempo e ascolto, mica come qui in Italia dove la faccenda si risolve, in piedi, davanti al bancone di un bar e in un intervallo di tempo stritolato tra un impegno e l’altro, dai dieci minuti alla mezz’ora massimo. Se lì in Spagna, dice sempre M., invitassi qualcuno a bere un caffè e quello si congedasse dopo così poco tempo, penserei di stargli sulle balle o di aver detto qualcosa di sbagliato.



Il barista della mensa ha un debole per E. e ogni volta che prepara il caffé per lei ci aggiunge un po’ di cioccolata calda e una spolverata di cacao in polvere, poi, sorridendole con aria complice, le mette la tazzina davanti e la guarda mentre lo zucchera e lo beve lentamente. E. la prima volta ha ricambiato il sorriso, la seconda volta pure, dalla terza volta in poi ha cominciato a meditare di cambiare bar perchè non saprebbe come dire al barista che non sopporta più la cioccolata calda e il cacao in polvere e che quando chiede un caffè vorrebbe solo un caffé. Un normalissimo caffé.



G. si sente sola. Lavora fino a tardi e la sera, quando torna a casa sfinita, si toglie le scarpe, fa qualche telefonata e, se non esce, salta la cena o mangia qualcosa in piedi, davanti al frigorifero. Non ha nessuna voglia di cucinare solo per lei. Ogni notte però, prima di andare a dormire, prepara la caffettiera e la mette sul fornello piccolo della cucina a gas. La mattina successiva entrando in cucina, prova una sentimento di tenerezza guardando quell’oggetto che è rimasto lì ad attendere il suo risveglio. E’ come se durante la notte avesse dimenticato di essere stata lei stessa a compiere quella sequenza di gesti e fosse stato invece qualcun altro ad avere avuto quella piccola e amorevole attenzione nei suoi confronti.



D. prepara il caffè ogni mattina appena alzata, lo versa nella tazzina verde  rubata in un bar di Porto Santo Stefano durante una villeggiatura di tanti anni fa e lo porta al marito che si sveglia mezz’ora esatta dopo di lei. Durante i primi anni di matrimonio, spesso D. rimaneva seduta sul letto, accanto al marito, lo osservava dormire per qualche istante e poi lo chiamava amore e gli diceva buongiorno. Restava lì seduta finchè lui non aveva finito di bere il caffè. Spesso il marito, una volta poggiata la tazzina ormai vuota sul comodino, si stiracchiava, sorrideva a D. e poi iniziava a toccarla. Lei diceva faccio tardi, ma poi, non c’era volta che non tornasse sotto le lenzuola per fare l’amore. A lei piacevano l’odore tiepido di sonno nel quale riconosceva il ricordo leggero del dopobarba del giorno prima e il gusto di caffè nella bocca di lui. A lui piacevano l’odore di crema e sapone che lei aveva sul collo e sul viso e quell'aria assonnata che solo a lui era concesso vedere. Oggi D. lascia la tazzina di caffè sul comodino accanto al marito e gli dice –sono le 7, svegliati-.



L. conserva il caffè avanzato in una bottiglietta di vetro, lo mette in frigo e ci si prepara il caffelatte la mattina.



F. non conta neanche più tutti i caffè che beve durante il giorno e la sua occupazione principale quando viaggia all’estero, è quella di trovare un posto dove bere un caffè –decente-.



P. è stressato, lavora troppo e soffre di attacchi di panico. Non beve più caffè per questi motivi, ma ogni tanto, quando qualche collega o superiore insiste per offrirgliene uno e lui non riesce a trovare scuse per rifiutare senza sembrare scortese, avvicina la tazzina alle labbra e come quel liquido nero scende giù per la gola già sente il bruciore che parte dalla bocca dello stomaco e da lì si propaga e lo punisce.



E. non prende mai caffè dopo le tre del pomeriggio. –Sennò poi non dormo- risponde a chi vorrebbe offrirgliene uno, -e allora pijete 'na camomilla- le risponde la collega di stanza per prenderla in giro.



F. dopo cena beve un caffè corretto alla sambuca o alla grappa, le amiche la prendono in giro per via di questa sua abitudine un po’ maschile. Lei alza le spalle e dice –mi piace così-, ma per ribadire la propria femminilità lascia in ricordo sulle tazzine candide della trattoria focosi baci di rossetto fiammante.



P. ed A. sono entrambi sposati, lavorano nello stesso ufficio da qualche mese e sono innamorati l'uno dell’altra, ma non se lo dicono. Verso metà mattinata fanno una pausa ed escono dall’ufficio per bere un caffè nel bar lì di fronte. Ogni volta cercano di evitare che altri colleghi si uniscano a loro. Entrambi aggiungono al caffè lo zucchero di canna, entrambi non amano il caffè troppo dolce, ma neanche amaro, così una bustina di zucchero basta per tutti e due. Ogni giorno A. ne versa la prima metà nella propria tazzina, poi passa la bustina a P che versa lo zucchero rimanente nel proprio caffè. O viceversa. Questo è il gesto più intimo che i due compiono nel corso di tutte le giornate di lavoro. A entrambi il cuore batte leggermente più forte nel momento in cui si passano la bustina di zucchero.

Roba di misia martedì, 08 gennaio 2008 ore 12:24 | link | commenti (7) |

Roba di misia martedì, 08 gennaio 2008 ore 09:47 | link | commenti (3) |

Lars e l’orso. Cronaca di una giornata cacofonica (per non dire di merda)

Una domenica che non saprei bene come definire. Uno di quei giorni in cui non capisco, non mi capiscono e in cui alla fine capisco che fondamentalmente non c’è proprio niente da capire. Comincia con me che esco di casa verso mezzogiorno sulle note di tu scendi dalle stelle suonate dalle campane sintetiche della parrocchia di quartiere che ogni giorno alla stessa ora fa partire un disco registrato. Manco più le campane suonano ‘sti preti ho pensato mentre camminavo.

Piove, ma non apro l’ombrello.

Termina, la domenica in questione, sempre con me che torno a casa poco dopo le 20 e lungo la strada mi fermo in videoteca per affittare un film.

Mi si prospetta davanti una di quelle serate in cui la cosa migliore che si può fare è smettere di fare e guardare un film. Scelgo il grande capo di Lars Von Trier. Un po’ di sano cinismo mi dico. Infilo il pigiama, preparo un’insalata, sfioro l’incidente diplomatico con la coinquilina alla quale girano un po’ le balle.

Inizio a pensare con crescente sollievo al film che mi aspetta e che guiderà la giornata verso la fine che merita. Apro il cofanetto del dvd e scopro che dentro non c'è mica il grande capo bensì un film che, a parte il titolo, rappresenta quanto di più lontano dal cinismo del buon vecchio Lars e dai dettami di Dogma95.

Signore e signori, stasera va in onda il grande orso. Mi scorre davanti in un nanosecondo tutta la giornata trascorsa, l’ultimo fotogramma è rappresentato dalla faccia da pirla del commesso che mi ha servito in videoteca. Non so se ridere o se piangere. Opto per una specie di ottusa indifferenza, ovvero paralisi emozionale che rimandi tutto al momento in cui deciderò di tirare una linea sotto questo tempo con il quale non ho ancora voglia di fare i conti. La domenica finisce con me che scrivo e fumo e bevo vin santo e mangio biscotti e come mi sento veramente non lo ammetto neanche a me stessa. Il coso, il film dico, ho pure provato a guardarlo. Mi sono detta, magari è una coincidenza, magari nella storia, chissà come chissà perché, ci trovo qualcosa. Non sono fissata con le coincidenze per carità, è solo che spesso mi capita di imbattermi per puro caso in cose e persone tanto insospettabili quanto fondamentali per il loro inaspettato contributo. Tipo come quando aspetto il bus che non passa e attacco bottone con la vecchietta che aspetta con me. Si comincia col parlare dei mezzi pubblici che -signora mia- non passano mai, bla bla bla fin quando la vecchietta -bang- tira fuori le parole giuste che nessun altro al mondo, ne sono certa, avrebbe saputo dirmi. Ecco, non è che io vado a caccia di vecchiette, è che capita. Tutto capita, a volte capitano persino le cose giuste al momento giusto; la vecchietta, il libro, la musica, l’amico, la poesia, il film appunto. Però, con tutta la buona volontà, la storia di una famiglia composta da padre madre incinta e due fratelli che, in cerca di fortuna, si mette in viaggio in carrozza dal New Hampshire alla California e poi durante una notte viene assalita da un orso ferocissimo che distrugge tutti i loro averi e per poco non se li magna a tutti quanti e poi la madre piange e il padre alza gli occhi al cielo e i figli vanno in giro per i boschi in cerca di bacche e invece delle bacche trovano un indiano coi poteri paranormali, non mi pare proprio una storia che possa essermi di una qualche ispirazione in questo momento. No. Soprattutto considerando il fatto che mi stanno tutti sulle balle. E quando dico tutti intendo tra gli altri la coinquilina, il commesso della videoteca, tutta la famiglia sfigata del film, l’indiano eccetera eccetera.

L’unico che si salva è l’orso.  



p.s. A proposito di coincidenze, giorni fa ho comprato un nuovo libro di poesie di bukowski e ci ho trovato questa :



L'altra stanza

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che ascolta dietro la parete.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che si chiede cosa stai facendo

lì per conto tuo.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che ha paura che tu stai meglio da solo.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che pensa che tu stai pensando a qualcun altro

o che pensa che a te non importa di nessuno

tranne che di te stesso in quell'altra stanza.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che non gliene importa più di te come una

volta.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che si arrabbia se fai cadere qualcosa

o che si secca quando tossisci.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza che fa finta

di leggere un libro.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

che parla per ore al telefono.

 

c'è sempre qualcuno nell'altra stanza

e non ti ricordi mai bene chi è

e ti sorprendi quando fa un rumore

o cammina lungo il corridoio per andare in bagno.

 

ma non sempre c'è qualcuno nell'altra

stanza perchè

a volte non c'è un'altra stanza.

e se non c'è

a volte non c'è proprio nessuno neanche

qui.

 

Charles Bukowski


Roba di misia lunedì, 07 gennaio 2008 ore 09:58 | link | commenti (1) |


vengo anch'io

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