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stanlaurel
da giovanni, pizzeria romana. le tovaglie sono di carta, le brocche del vino sbeccate e quando ti siedi ti sembra, in tutto e per tutto, di stare nella cucina di casa tua. all'ora di pranzo da giovanni ci vanno gli impiegati che lavorano in zona, a cena invece la gente del quartiere, che entra senza giacca e si mette a sedere senza domandare dove. che vi porto? chiede il cameriere con un accento che non riesco a decifrare. segue l'elenco dei primi piatti. se mostri indecisione, con lo stesso tono monocorde ti viene recitato il rosario dei secondi e dei contorni. per dessert consiglio la crostata. una poesia di marmellata di amarene e albicocche. il cameriere sorride quando, insieme alla crostata, porta al tavolo due forchette anche se la porzione ordinata è una sola. da giovanni si parla bene, indisturbati, col televisore sintonizzato sui telegiornali o su qualche programma scemo, ma tenuto ad un volume discreto, quanto basta per mimetizzarsi ai discorsi della gente seduta ai tavoli. giovanni è lui, quello con gli occhiali spessi e la dentiera non proprio salda al palato. a una cert'ora si addormenta su una sedia, in mezzo al locale, tra la gente che mangia e che non bada a lui, alla sua testa che ciondola, alle mani sulla pancia foderata dal grembiule bianco inspiegabilmente immacolato. mentre giovanni dormiva, ti ho chiesto di raccontarmi una storia che già conosco, ma che mi fa sempre ridere. dopo qualche insistenza l'hai fatto, a bassa voce. le ginocchia si toccavano sotto al tavolo, gli occhi vedevano solo gli occhi e il mezzo litro di vino, col fondo dei bicchieri, aveva disegnato dei bei cerchi rossi sulla tovaglia. io gioco con le briciole della crostata che ho mangiato da sola. tu versi nei bicchieri il vino rimasto, in due metà precise. io ti lascio andare. guarda, si fa così. fai lo stesso anche tu. il motivo è uno solo, non tanti come credevo. il resto non conta, il resto verrebbe dopo. il motivo è che comincia a farmi male, a farmi diventare quella che non voglio essere, questa cosa che non abbiamo più il coraggio o l'innocenza per chiamare amore e trattare come tale.
sottotraccia
stanotte ho sognato sarkozy che cantava con ornella vanoni.
sull'autobus c'era una comitiva di gitanti devoti che litigavano per avere ragione sulla data di morte di padre pio. a un certo punto si è introdotta nel dibattito una signora, fanatica pure lei, che però non c'entrava niente con loro. questa qui ha tirato fuori una data del 2005 e quelli in un coro indignato l'hanno freddata dicendole che si sbagliava con l'anno in cui è morto il papa. allora la signora tutta mortificata ha detto è vero scusate e loro alla fine si sono messi d'accordo: padre pio è morto il 23 settembre del 1968, se interessa. (però non ho controllato su google che non c'ho voglia). l'autobus era pieno, io ingombravo il passaggio tanto ero carica di buste della spesa e borse. la gente chiedeva permesso permesso tutta inviperita e io non sapevo dove mettermi per non essere d'intralcio. alla fine ho trovato una posizione in cui, non senza sforzo, mi reggevo, reggevo le buste e le borse e non stavo troppo in mezzo alle balle. però poi è arrivato un sms e allora la cosa si è fatta più complicata perchè reggevo le buste e le borse, leggevo il messaggio e sorridevo col cuore che mi colava dentro, liquido, caldo. avrei voluto pure rispondere. subito. raccontare di padre pio che è morto il 23 settembre 1968. raccontare che oggi sono andata a sedermi al sole in quel posto che mi piace tanto, che mi ero portata libri da leggere e invece ho solo ascoltato musica, letto fumetti, guardato la gente che passava e ogni tanto chiuso gli occhi. avrei voluto raccontare pure che, avendo dimenticato la tessera elettorale a casa, ho dovuto percorrere roma in lungo e largo per recuperarla, andare a votare e tornare a casa un'altra volta. tutto ciò per quella bella faccia di rutelli. e infatti stavo quasi desistendo, ma poi mi sono detta solo una parola e questa parola era -alemanno-. così, ho fatto la spola da una parte all'altra di roma per andare a mettere la mia croce. nel messaggio volevo pure scrivere che i gelsomini stanno per fiorire, che l'aria profuma di buono e che roma non finirà mai di stupirmi, con le sue miserie e le sue meraviglie. che diventa sempre più difficile, ma l'insieme di queste due cose è il legame ruffiano che sentiamo con questa madre ingombrante di città. insomma, l'aria profuma per davvero e io non posso farci niente se è banale dirlo. però se ho i pensieri che si interrompono a metà e non arrivo a nessuna conclusione, cosa importa di tutte queste amenità da raccontare? cosa importa se tutto gira intorno a un sì o no o a poco altro? una metafora come si fa? mi viene una poesia o la verità, dice quella canzone un pò scema. però è proprio così e a me pare che quello che c'è da dire sia una cosa piccola, che più le cose si fanno complicate più diventa piccola. ostinata. diretta. a quel punto la gente chiedeva di nuovo permesso permesso e spingeva così non ho scritto nessun sms, però quando sono arrivata a casa, svuotando la busta della spesa sul tavolo della cucina, ho trovato l'insalata tutta acciaccata e le zucchine piene di lividi.
I was so tired then
the music caressed my skin
just like when someone finally holds you and you can give in
this you’ve been avoiding
you think you’ll fall apart but it’s just that new start

la nostalgia che mi segue non parla, mi guarda soltanto. ha il tuo profumo addosso, se chiudo gli occhi lei va via e tu ritorni. tu mi vedi. chiamami ancora per nome. fammi tornare. altrimenti, dimmi che passa tutto. dimmi che passa. dimmi che passa. dimmi che passa. dimmi che no, non passerà mai.
Don't let your mind get weary and confused
Your will be still, don't try
Don't let your heart get heavy child
Inside you there's a strength that lies
Don't let your soul get lonely child
It's only time, it will go by
Don't look for love in faces, places
It's in you, that's where you'll find kindness
Be here now, here now
Be here now, here now
Don't lose your faith in me
And I will try not to lose faith in you
Don't put your trust in walls
'Cause walls will only crush you when they fall
Be here now, here now
Be here now, here now![]()
m'hai incrociata alla stazione
che inseguivo il mio profumo
eccetera eccetera
domani.
Un giorno presero l'autobus. Léa voleva fargli scoprire l'estremo est della città. I porticcioli di Goudes e di Callelongue. Il bus costeggiava il mare poi, oltre la spiaggia dei Catalans, il vallone di Auffes, Malmousque, il ponte della Fuasse-Monnaie, la baia di Marsiglia gli si offrì. Immensa, stupenda. Un regalo. Il regalo di Léa al loro amore.
Presero un altro autobus. Dopo la Mandrague-de-Montredon, alla vista della roccia bianca, arida, Rico dubitava di essere ancora in città. Non credeva ai propri occhi. Pensò alle Eolie, dove i suoi genitori l'avevano portato da bambino.
"Ecco il paese del Grand Bleu" disse fiera Léa indicando l'arcipelago di Riou.
Il rumore della città, tutta la sua esuberanza, finivano lì. Il silenzio che scese su di loro, appena turbato dal tuf-tuf delle barche a motore che tornavano dal largo, era quasi palpabile. Sapeva di sale e di iodio. Léa e Rico si sedettero dietro un pescatore e dimenticarono il tempo.
Léa taceva. E adesso Rico avrebbe voluto parlare. Dire, dirle che cosa aveva amato di Marsiglia. I loro occhi si accarezzavano, nella tenerezza più nuda, "quella in cui affiorano l'amarezza e la grandiosità dei sogni", come gli aveva scritto Léa ricordandogli quel momento, quando Rico le aveva annunciato che era finita, che aveva incontrato un'altra. "Fu senza dubbio" aveva aggiunto, "lo stesso sguardo che si scambiarono Ulisse e Penelope nel separarsi".
Ma quella lettera Rico la lesse solo di sfuggita. Il suo cuore era già altrove.
(Il sole dei morenti - Jean-Claude Izzo)
No hay nada más honesto que la necesidad.
Ha llegado la hora.
Confesaré.
Daré datos precisos.
No mentiré.
No caeré en contrabando.
Tomaré todas las drogas.
Acataré lo sagrado y lo profano
su único hijo
nuestro dolor.
No codiciaré la muerte del prójimo.
Me revolcaré sólo de amor.
La noche, sabemos, etcétera, etcétera, etcétera.
El alba
ya lo dije es oficio de sobrevivientes.
(mario trejo)
f. ha la capacità di apparire nella mia vita nei momenti e nei modi giusti portando con sè un tempo fatto di sorrisi, chiacchiere e musica, quella che mi regala, quella di cui mi parla, quella che andiamo ad ascoltare insieme. f. mi ha salvato tante volte e in tanti modi, senza neanche rendersene conto. proprio sabato mi domandavo se qualche volta sia capitato a me di salvare lui. forse sabato notte l'ho fatto chiamandolo per nome, mi rispondo adesso. eravamo in due sul motorino. al ritorno da una serata di tanta musica e parole in cui ci siamo rimessi in paro azzerando i mesi di reciproca latitanza. c'era il cielo enorme, color cobalto e una luna di latte, quasi piena. si tornava a casa parlando ad alta voce per superare il motore e l'intralcio dei caschi. e poi ridevamo, che con f. si ride sempre tanto e di tutto. non potete capire, dovreste proprio conoscerlo f.. superato il delirio di traffico sulla via ostiense, roma era tranquilla, di strada bella da andare. caracalla, il circo massimo, i fori, il colosseo. e poi miracolo, il cancello di ingresso a via della polveriera era aperto. vai di qua che si fa prima. il cancello di uscita invece sembrava aperto. sembrava proprio. è toccato arrivarci a meno di un metro di distanza per capire che no. chiuso. è toccato rischiare di farsi tanto ma tanto male, se non peggio, per capire che il cancello era proprio irrimediabilmente chiuso. le sbarre sono state come un miraggio, emerso dall'aria, dal buio e apparso nel riflesso del parabrezza. poco prima della frenata, prima di quella specie di miracolo che ci ha permesso di fermarci a un niente dall'impatto ho avvertito la sensazione netta dello scontro, della caduta, del dolore vivo che stavo per provare. come per arrivarci preparata. sono secondi infiniti quelli in cui ti accorgi che qualcosa di inevitabile sta per succederti. intanto io ripetevo il suo nome come invocassi su di noi la grazia da un santo, con un tono che a imitarlo successivamente, nel percorrere la strada all'inverso, ci ha fatto scompisciare dal ridere. intanto le sbarre che prima non c'erano, erano lì, precise, ottuse, sempre più vicine e pronte a farsi abbracciare. invece no. salvi, un'altra volta. è così f., lo sai. e potrebbe essere una metafora appropriatissima questa dei cancelli, aperti e chiusi, delle strade nuove, di quelle da fare a ritroso, delle sorprese, belle e brutte, di quello che non si vede ma c'è, ah se c'è. io ho provato pure a scriverti una lettera, ma non ne sono stata capace. non ho tanta testa per scrivere lettere ultimamente. semplicemente quello che volevo dirti è questo: che io e te siamo vivi, più di prima e che soprattutto ti voglio bene anch'io, tanto.
p.s. e no, non avevamo fumato nè bevuto. siamo solo rincoglioniti. rincoglioniti, ma bellissimi eh. e comunque uno straccio di cartello per segnalare che il cancello è chiuso, in quella via buia, cazzo, mettetecelo.
Leggo solo libri usati.
Li appoggio al cestino del pane, giro pagina con un dito e quella resta ferma. Così mastico e leggo.
I libri nuovi sono petulanti, i fogli non stanno quieti a farsi girare, resistono e bisogna spingere per tenerli giù.
I libri usati hanno le costole allentate, le pagine passano lette senza tornare a sollevarsi. Così alla trattoria di mezzogiorno mi siedo alla stessa sedia, chiedo minestra e vino e leggo.
Sono romanzi di mare, avventure di montagna, niente storie di città, che già le ho intorno.
Alzo gli occhi per un po’ di sole riflesso nel vetro della porta d’ingresso da dove entrano in due, lei con aria di vento addosso, lui con aria di cenere.
Erri De Luca – Tre Cavalli



dice: emigriamo? ora, a me questa di emigrare è una battuta che non mi fa più ridere. dice: ma mica è una battuta. e allora, si sappia che potendo scegliere non avrei intenzione di mantenere il mio esilio nei confini europei. io non voglio un'altra residenza, io voglio proprio altra gente. me ne andrei in africa. in mozambico, per esempio. oppure, guarda, a tangeri me ne vado. la guida turistica ricordo che parlando di quel posto esordiva così, testuali parole, arrivati a tangeri guardatevi alle spalle. meraviglioso. a me questa raccomandazione mi è sembrato nascondesse un invito implicito. che le cose belle, le cose che vale la pena di, spesso sono difficili e nascoste e complicate, si sa, o almeno, io lo so. eccheccazzo, cominciamo a fare le dovute distinzioni ecco. insomma, non le sto neanche a pensare le mete che mi vengono in mente per questa fuitina vigliacca, ma mica poi tanto. posti dove vivere costa meno al pensiero, per dirla alla Pessoa. mo' basta. europa. basta europei. basta confronti, basta lagne, basta. allora senti qua: ci stanno un inglese, un tedesco, un francese e un italiano... ecco. la sensazione è questa. quella di una barzelletta che ti hanno raccontato troppe volte e alla fine dici ecchepalle già la so. ma se davvero l'italia non fosse il paese che speriamo che sia o che possa (tornare a) essere? e se l'italia fosse proprio questa cosa qui? io sono stanca perfino di scandalizzarmi e tutto comincia a sembrarmi una brutta parodia dell'originale. perfino io stessa che scrivo o che parlo di politica. c'è che poi oggi sto dicendo un sacco di parolacce, ma oggi tutto è permesso, o meglio, come dice l'amico fatboy per oggi cazzolibero.

per tutti gli orfani, a happy place for sad rainbows, qui
insomma, caro il mio einstein, ma lo sai che c'avevi proprio ragione su quella cosa della relatività? infatti io all'amico ferramenta ci ho detto -dovrei dipingere una sedia- e lui tutto premuroso mi fa -di che colore?- e io -mi farebbe vedere qualche campione?- e lui mettendomi davanti uno di quei cosi con tutti i rettangolini colorati di mille sfumature e tonalità mi ha detto -scegli-. e io infatti ho scelto, ho puntato il dito indice sull'unico tipo di verde disponibile e ho pronunciato il nome del colore. allora lui mi ha avvisato che il verde che vedevo sul rettangolino era un pochino indicativo, cioè che non sarebbe venuto proprio proprio proprio quel verde lì. questo ha dato il via a una stimolante discussione tra me e il ferramenta (ma ogni tanto interveniva pure l'aiutante rumeno) per cercare di capire se ci stavamo capendo sul verde, ma anche un pò sulla vita in generale. caro il mio einstein, in quel momento io ho pensato a quanto è bello capirsi, cioè tipo essere sicuri di vedere gli stessi colori e di chiamarli con lo stesso nome. sono quelle cose che fanno sentire meno soli e infatti io sono uscita dal negozio munita di vernice, pennello e acqua ragia sentendomi parte di un'armonia cosmica e universale in cui ci si può permettere di chiamare le cose con un nome, ma ogni tanto anche no, che in fondo ci si capisce con l'ammmore. allora, a parte il fatto che sotto ogni rettangolino ci stava scritto il nome del colore corrispondente, convenzioni, dirai te, chiamale come te pare, ti rispondo io, perchè, a parte questo dicevo, a casa mia c'è una differenza sostanziale, oserei dire oggettiva, tra verde acqua e verde prato. la stessa differenza che passa, guarda un pò, tra il colore (incolore) dell'acqua e quella di un prato. a meno che. a meno che il mio ferramenta non intendesse il colore dell'acqua della marana donde si faceva il bagno da regazzino quando lì era tutta campagna, dici tu. oppure, aggiungerei io, a meno che il ferramenta, sempre lui, non faccia uso di sostanze psicotrope o che ancora, tra un cliente e l'altro, non tiri energiche sniffate dai barattoli di colla nel retrobottega. insomma albert mio, sabato mattina pittavo la mia sedia sul balcone, ma il verde che vedevo apparire davanti ai miei occhi non era quello che mi aspettavo. tra il verde mio e quello del ferramenta ci passava l'intera questione dell'incomunicabilità tra gli esseri umani dalla quale scaturiscono, oltre che i film di antonioni, pure tutte le cose brutte che ci sono a questo mondo. a partire dalla mia sedia che io mentre la pittavo pensavo che ci ho già poche certezze nella vita, almeno i colori lasciatemeli.
le settimane volano. il lunedì e il venerdì sembrano lontani il tempo di un pensiero. le parole delle canzoni danno forma e voce all'umore e mi aiutano a disinnescare questa sensazione quasi fisica, di contatto e condivisione. gli alberi lungo la strada, carichi di quei piccoli fiori, sono stinti sull'asfalto nero in una macchia di petali fucsia. riuscire a notarlo è la bellezza. ripenso alla parola -refrattaria- che ho usato giorni fa per definirmi e me lo domando da sola. che cazzo dici, mi domando, ma evito di rispondermi altrimenti non se ne viene fuori. camminando si pensa meglio, si ricompongono la città e le idee in linee perpendicolari o parallele. strade e palazzi. pro e contro. eppure questa, almeno all'apparenza, sarebbe giornata da mantenere in altri perimetri. sto perdendo tempo.
di tutto questo non ho ancora capito cosa tenere, cosa buttare via. spezzo il fiato e il pensiero con gli -a capo- perchè non so quale parte è bene condensare nelle parole. la parola d'ordine cambia spesso, ogni volta bisogna ricominciare. riconoscersi. sono io. sei tu. tu che la parola vento me la fai sentire sul viso, fresca e incolore insieme alla parola sole, calda e dorata. ora scrivo questo per evitare di scrivere altro di altro. e tu chissà se lo sai di avermi rubato un sogno. quando sarai lì aggiungi il pensiero di me agli altri semi e affidami all'attesa della pioggia. è un aspettare fertile di aria e terra. non come questo mio confondere le carte e il cielo, sovrapponendoli a strati fino a non saper più su cosa puntare. fammi respirare e non fingere offese che non ho inferto solo per mascherare le tue. la verità è che sto evitando anche di pensare mentre i particolari potrebbero parlarmi di cose più grandi. quando mi lascio raggiungere non c'è scusa che tenga. gli oggetti mi raccontano tutta la storia, con la loro spietata tenerezza. le cose. le cose che stanno lì mentre io mi faccio trasparente più che per non essere vista per non vedere. tutto sta ad andarsene in tempo. a non lasciare segni e a non cercarsene addosso. mi dò appuntamenti ai quali puntualmente manco ed è così che ho scoperto che a cercare di evitare sè stessi si fa una fatica grande e inutile. una fatica che inganna perchè non ha peso, ma occupa tutto lo spazio disponibile nel cuore.
non possedendo un televisore mi è negata la visione degli edificanti dibattiti pre-elettorali e degli eccitanti testa a testa di cui sento mormorare per ogni dove. però nell'appartamento accanto al mio ci vive, assieme ad una energica badante russa, un ottantenne, militare d'alto rango in pensione, burbero, vedovo, ma soprattutto sordo come una campana. dice, embè che c'entra l'ex generale in pensione col televisore che non hai? c'entra. c'entra eccome se la mia camera da letto confina col suo salotto. ecco. la scena tipica è questa: da una parte della parete c'è lui che guarda porta a porta col volume tirato a palla (io me l'immagino: pigiama, vestaglia di lana scozzese e ciabatte che dorme davanti alla tv), dall'altra parte ci sono io con la testa sul cuscino e gli occhi sbarrati. attraverso il muro filtrano chiare e distinte le voci dei politici, monotone o enfatiche, il suono del campanello -blin blon- che introduce i nuovi ospiti, le sviolinate di via col vento -na na na naaaaa- e gli intervalli pubblicitari. però sopporto. forse perchè è vecchio, vedovo, sordo e m'ha pure pagato una bolletta per sbaglio. insomma non busso sul muro, non gli chiederò di abbassare il volume e non gli farò la cianghetta la prossima volta che l'incontro per le scale. domani mi compro i tappi per le orecchie penso. dopo poco le voci si spengono, non so se nel salotto di là o nella mia testa, e mi addormento.
"Un catalizzatore è una sostanza, fonte o dispositivo che interviene in una reazione chimica aumentandone la velocità ma rimanendo inalterato al termine della stessa. L'aumento di velocita viene reso possibile grazie alla diminuzione dell'energia di attivazione (energia potenziale), che deve essere raggiunta per far si che i reagenti evolvano poi spontaneamente verso il prodotto/i. L'effetto è tale da rendere possibili reazioni che in condizioni normali non procederebbero in maniera apprezzabile
Lo schema più semplice di intervento di un catalizzatore C nella reazione fra due composti A e B è:
La reazione netta è sempre A + B → AB , mentre C viene rigenerato alla fine di ogni ciclo e non si consuma.
Nel caso in cui un composto presente nell'ambiente di reazione (prodotto, solvente, ecc.) si lega al catalizzatore in modo permanente, si parla di avvelenamento del catalizzatore, che perde così la sua efficacia."
non lo so. però sapevatelo.
dopo pranzo, dopo il caffè, quattro passi e una sigaretta al sole. fa un pò carcerato sì. fa un pò lavoratore a cottimo. e infatti coi colleghi, in piedi, fermi in uno spiazzo con gli occhi socchiusi e i visi rivolti al sole, stavamo lì a riflettere e a ridacchiare sopra queste tristi analogie. il caldo passa gradualmente attraverso i tessuti dei vestiti finchè non lo senti addosso come un abbraccio di quelli totalizzanti, belli, che tornano a farti respirare. insomma, io non lo so com'è che si fa a lavorare con questo sole che inonda le strade, volta gli angoli e straripa per ogni dove. si azzarda perfino ad arrivare fin qui, sul mio tavolo. mi mandano le robe da fare e da leggere e io ci provo a fare e a leggere. gli occhi seguono una riga, ma prima di arrivare alla fine dirottano lo sguardo fuori dalla finestra. e giuro, è già il terzo piccione che vedo sfilare sul cornicione con l'aria che hanno quelli che fanno una passeggiata senza meta.
Like a bird on the wire, like a drunk in a midnight choir I have tried in my way to be free. Like a worm on a hook, like a knight from some old fashioned book I have saved all my ribbons for thee. If I, if I have been unkind, I hope that you can just let it go by. If I, if I have been untrue I hope you know it was never to you. Like a baby, stillborn, like a beast with his horn I have torn everyone who reached out for me. But I swear by this song and by all that I have done wrong I will make it all up to thee. I saw a beggar leaning on his wooden crutch, he said to me, "You must not ask for so much." And a pretty woman leaning in her darkened door, she cried to me, "Hey, why not ask for more?" Oh like a bird on the wire, like a drunk in a midnight choir I have tried in my way to be free.
one of us cannot be wrong
I lit a thin green candle, to make you jealous of me.
But the room just filled up with mosquitos,
they heard that my body was free.
Then I took the dust of a long sleepless night
and I put it in your little shoe.
And then I confess that I tortured the dress
that you wore for the world to look through.
I showed my heart to the doctor: he said I just have to quit.
Then he wrote himself a prescription,
and your name was mentioned in it!
Then he locked himself in a library shelf
with the details of our honeymoon,
and I hear from the nurse that he's gotten much worse
and his practice is all in a ruin.
I heard of a saint who had loved you,
so I studied all night in his school.
He taught that the duty of lovers
is to tarnish the golden rule.
And just when I was sure that his teachings were pure
he drowned himself in the pool.
His body is gone but back here on the lawn
his spirit continues to drool.
An Eskimo showed me a movie
he'd recently taken of you:
the poor man could hardly stop shivering,
his lips and his fingers were blue.
I suppose that he froze when the wind took your clothes
and I guess he just never got warm.
But you stand there so nice, in your blizzard of ice,
oh please let me come into the storm.
p.s. bellissima la presentazione di lou reed (intorno ai 3.15' del filmato su iutub)
Buildings and bridges
are made to bend in the wind
to withstand the world,
that's what it takes
All that steel and stone
is no match for the air, my friend
what doesn't bend breaks
what doesn't bend breaks
we are made to bleed
and scab and heal and bleed again
and turn every scar into a joke
we are made to fight
and fuck and talk and fight again
and sit around and laugh until we choke
sit around and laugh until we choke
I don't know who you were expecting
probably some bitch who does not budge
with eyes the size of snow
I may get pissed off sometimes
but you seem like the type to hold a grudge
and in the end, I just let go...
Buildings and bridges
are made to bend in the wind
to withstand the world,
that's what it takes
All that steel and stone
is no match for the air, my friend
what doesn't bend breaks
what doesn't bend breaks
ArDeCoRe
babsi_jones
cesare_pavese_poesie
europa_film_treasures
GENOVA_2001
il.primo.amore.
indymedia
internazionale
nazione indiana
pearls_before_swine
pOsT_sEcReT
ramificazioni
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_linus_
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