lan|guó|re
s.m.
CO
1 sensazione di estrema prostrazione e debolezza fisica e morale; mancanza di forze, di energia; torpore
2 atteggiamento o espressione di languido abbandono, di sensualità tenera e suasiva: uno sguardo pieno di l. | spec. al pl., svenevolezze, smancerie
3 sensazione di vuoto allo stomaco provocata dal morso della fame: mettiamoci a tavola, ho un certo l.
mezz'ora esatta di sonno. denso e azzerante, tanto da sembrarmi un'eternità. mi sveglio nella stessa posizione in cui mi sono addormentata, a pancia in sotto, braccia e gambe scomposte, come fossi caduta dal quinto piano di un palazzo piuttosto che scivolata sul letto, sfinita dal caldo, con l'intenzione di riprendermi per due minuti. il resto del pomeriggio lo passo a fare cose, una dopo l'altra. diligente ma lenta, coi pensieri ovattati da quella breve dormita. di notte invece, sull'autobus del ritorno, nei posti davanti al mio, ci sono tre travestiti brasiliani. dal trucco e dall'abbigliamento ne deduco la meta. hanno riempito l'aria di un profumo dolce, un pò invadente, ma buono. quelli che salgono sull'autobus guardano male e si siedono lontani da loro, malgrado i posti liberi. io penso a quant'è ipocrita la gente a volte e intanto respiro quel profumo, prima un pò sfacciato, ora stemperato dal vento che entra dai finestrini aperti. loro tre parlano fitto fitto, in quel modo fluido e cantilenante. soprattutto una sembra avere parecchie cose da dire, gesticola molto e fa ridere le altre due più silenziose che intanto si sventolano con due riviste. le ascolto come si ascolta una musica, ogni tanto, recuperando qualche nozione di portoghese, colgo una parola o il senso di un'intera frase. seduto accanto a me invece c'è una specie di sosia di charles bukowski, in camicia a mezze maniche di lino, sguardo fisso davanti a sè. a un certo punto inizia a trafficare con lo zaino che tiene appoggiato sulle gambe finchè non ne estrae un volume massiccio, copertina rigida, almeno mezzo chilo di pagine. raccolta completa delle poesie di ungaretti, faccio in tempo a leggere sulla costa del libro. ecco, c'è da dire che spesso io mi creo degli universi finiti e rassicuranti, in mezzo a dei perfetti sconosciuti, pure se non ci si rivolge parola e anche solo per la durata di una fila alla posta, per esempio. sto lì e sto bene. mi rendo conto di essere di un'ingenuità imbarazzante, ma per un attimo mi è sembrato che dall'autobus profumato, fossero scomparse tutte le facce di cazzo che guardavano male, c'eravamo solo noi: i travestiti che chiacchierano in pace, bukowski che legge ungaretti, ed io, che annuso l'aria e spio le poesie dal libro.
io mi ricordo una di quelle volte che ho pensato questa è la felicità. avrò avuto 7 anni e stavo in campagna. era estate, intorno a me c'era l'erba così alta che se ci camminavi in mezzo lasciavi la scia e se volevi ti ci potevi pure nascondere, tra l'erba alta, aspettando di sentir chiamare il tuo nome. c'erano i fiori di mia madre e l'orto di mio padre, anche se ogni tanto era mia madre che si occupava dell’orto e mio padre dei fiori, in una sorta di ideale complementarità di ruoli. oltre quelle coordinate familiari c'era un mondo intero da scoprire, i campi dietro casa e la strada davanti. in quell'universo che percepivo come completo e pacifico, c'ero anche io. mio padre ogni anno inaugurava la stagione montando un'altalena che aveva “costruito” lui: un palo orizzontale appoggiato a due alberi altissimi, un pioppo e un'acacia, una corda lunga lunga e una tavoletta di legno tagliata in modo che si appoggiasse bene alla corda e ci si potesse sedere sopra. c'era una gatta bianca e nera e c'era pure il cane del vicino che andava a stuzzicarla finchè quella non soffiava, faceva la gobba e gonfiava la coda in quel modo che mi faceva tanto ridere. c'erano molte cose insomma, il cocomero messo al fresco in un secchio calato nel pozzo, la scala a libretto lasciata aperta sotto il ciliegio e i girini nel fosso. soprattutto però, non ce n'erano tante altre, di cose. sarebbero arrivate dopo e, ad aver avuto la possibilità di scegliere, se ne poteva fare benissimo a meno. la felicità, mi ricordo che ho avuto questa sensazione netta per due secondi, ero io sull’altalena che con una mano mi reggevo alla corda e con l'altra tenevo una bottiglietta di gazzosa con la cannuccia dentro. muovevo le gambe su e giù, in quel modo che serve a dondolare. andavo proprio una favola, il vento in faccia e ogni tanto un sorso di gazzosa. io mi ricordo, e credo di non sbagliare, che in quel momento ho semplicemente pensato, fatto apparire nella mia testa, la parola –felicità-. solo questo. la felicità siamo noi, credo, ma questo non per dire che essere felici consista in uno stato di egocentrismo assoluto, no. la felicità è un momento, punto. è quando tutto è lì, dentro di te o al massimo molto molto vicino. è una cosa piccola, la felicità. forse bisognerebbe ricordarci quanto può essere piccola, per saperla riconoscere. forse la felicità si può preparare, costruire, ma non si può conservare per i giorni a venire. perché non si può essere felici dopo, né prima, ma soltanto adesso. per forza di cose. la felicità, praticamente, è come la gazzosa. bevitela te la gazzosa calda e aperta il giorno prima.
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