IzZiO
FaTbOy
fIgLiO_dI_nEsSuNo
lA_CeCiArElli
dOvE_sTa_ZaZa?
Mr_CoBbLeP0t
cItArSi_AdDoSso
iNsAno_LoCo
vOlSo
mIsS_zEbRa
stanlaurel
il perdono, la commissione della verità e della riconciliazione in sudafrica. la smobilitazione della colombia. e altri esempi, buoni o meno, che ora non mi vengono in mente. la verità e la menzogna, il ricordare, il dimenticare, il ricordare per poter dimenticare, il perdonare, il punire, tacere o confessare. la sostanza o la superficie delle cose. la comprensione vera e profonda o l'accettazione sorda. far finta di non vedere o liberare la verità, farla correre, urlare. la resistenza, la speranza o la resa stanca dei giorni. il costruire onestamente, con miracolosa ottusità, la propria vita intorno alla disonestà. il cambiamento, reale o di sola apparenza. tutto per andare avanti. avanti. niente, pensavo qualcosa di molto banale in fondo, e cioè a quanto la storia dei paesi possa ricordare, in grande, quella di singole esistenze umane o quantomeno qualche tratto della storia di queste.
ci vediamo lì a tal ora. facciamo questo e quello. vi raggiungo dopo. ho parcheggiato proprio là davanti. che culo. vengo. non vengo. arrivo più tardi. arrivo senza passare per casa. senza passare per il via. arrivo senza. arrivo con. come stai? racconta. che ti bevi? non ci posso credere. non trovo parcheggio. a stronzi ma non ce l'avete 'na casa. e lei che ha detto? mi fai accendere? può portare delle altre arachidi per favore? un altro giro. poi com'è andata a finire? bene. male. non racconti mai niente di te. bella 'sta collana, l'hai presa lì? maddeche 5 euro dai pakistani sotto casa. eccola. chi se la mangia l'ultima pizzetta? te sta a squilla' 'r telefonino. ma che te so' cresciute le tette? e allora lui ha detto. e allora io gli ho detto. sì. no. vabbè. però. ma che ancora ce stai a crede? il conto. grazie.
what if a much of a which of a wind
gives the truth to summer's lie
le ferie sono finite, sfumate nella miracolosa lentezza degli ultimi giorni di ozio trascorsi a roma a comporre i pezzi di un viaggio di quelli che non cominciano quando si parte e non finiscono nel momento in cui fa ritorno a casa. faccio fatica a reinserirmi in questo contesto romano, malgrado roma mi abbia accolto sfoggiando il meglio di sè. in questa città si vivrebbe bene così, con meno gente, meno automobili, meno tutto. lo dicono quelli che sono rimasti e con i quali ho avuto occasione di scambiare qualche battuta in merito, dalla parrucchiera alla cassiera del supermercato. visto che eravamo in argomento io mi sono sentita di aggiungere che, nel caso, avrei già pronta una lista di persone da candidare all'esilio permanente. per il resto si prospettano nuovi e faticosi cambiamenti, proprio ora che cominciavo ad abituarmi. abituarmi a cosa poi? a non essere più abituata a niente, forse. a trovarci perfino qualcosa di utile in questa transumanza che ha segnato le stagioni passate. sono qui che guardo questo posto dove vivo e mi pare di non aver fatto in tempo a costruirlo che già lo devo smontare di nuovo. per esempio guardo le mie piante grasse sul balcone e mi viene quasi voglia di piangere. poi guardo john coltrane appeso al muro e lui mi dice non piangere dai, io vengo insieme a te. e io allora ci dico john, magari riuscissi a spendere qualche lacrima. m'è venuto il cuore di pietra john. ma quale pietra e pietra, dice lui. comunque a te john, ti trovo un posto d'onore, in qualunque posto andrò a vivere. e lui dice va bene, vedi quello che poi fa', basta che non mi metti vicino a quella stampa di magritte che non se po' vede'. c'è qualcosa di positivo nella scelta che dovrò fare, lo so, ma questo qualcosa non riesco ancora ad estrapolarlo dall'idea degli sbattimenti pratici ed emotivi che stanno per raggiungere la mia vita. sto qui ad invocare ottimismo e forza d'animo, sperando che quest'ultima sia accompagnata da una docilità elastica che mi renda capace di assecondare gli eventi quando è il caso. sono stanca di opporre energia, vorrei farla fluire e basta. il fatto è che a volte mi sento così enormemente sola a combattere con queste cose, a decidere cosa è bene e cosa no, cosa è giusto venga prima e cosa dopo. ecco, l'ho detto. insomma, le ferie sono finite dicevo, tuttavia da quello che percepisco, in ufficio e fuori, la vita riprenderà il proprio ritmo solo a partire dalla prossima settimana. finora a richiamarmi all'ordine è stata solo la biblioteca che con una e-mail asettica mi ha ricordato di essere in ritardo nella restituzione dei libri presi in prestito a fine luglio. oggi pomeriggio sono entrata lì dentro con l'intenzione di lasciare i libri e andarmene via a mani vuote visto che ho all'attivo diversi libri da finire, invece, siccome avevo tempo da perdere ho iniziato a girare tra gli scaffali, a leggere qui e là, questo e quello, fino ad approdare davanti ad una dei pc dai quali si può consultare il catalogo on line. di lì a poco ero seduta su una scala, tra due pareti di libri, nel punto più estremo e solitario della biblioteca, lontano da quelli che fanno finta di studiare e invece pensano agli affari loro, lanciano occhiate losche ai vicini, chiacchierano o mandano sms. si stava bene lì dentro, ho smesso di pensare a tutto. alla mia destra c'era la letteratura russa. alla lettera m, vladimir majakovskij (e lili brik), l'amore è il cuore di tutte le cose. ne avevo parlato in un post scritto diverso tempo fa. stavo lì seduta, infrattata come una curiosa della peggior specie, a leggere i loro scambi epistolari. che fai? mi domanda il mio amico r. in un sms. sono in biblioteca, leggo le lettere d'amore di majakovskij all'amante, nun poi capi', gli scrivo. in biblioteca si va per rimorchiare, mi risponde lui, e poi leggere le lettere d'amore altrui...vergognati e fatti i cazzi tuoi. il libro invece l'ho portato a casa. ora entro nella loro storia scorrendo lettere, telegrammi fitti di richieste di baci, denaro, codici amorosi, vezzeggiativi, firmati con nomignoli trottoli. le zanzare nel frattempo si accaniscono con le piante dei miei piedi, praticamente l'unica porzione di corpo che ho dimenticato di immunizzare con l'autan. maledette.
L'altra casa
Ancora non ho scritto la poesia
sull'altra casa, ma mi sono allontanato
verso lo sguardo che predilige scrutare
le case dell'isola, quelle in cui io non dimoro.
E con lo sguardo di colui
che è in procinto
di partire tra qualche giorno,
dico cose a cuor leggero.
A settembre ti ho telefonato più volte.
Se ne è andato e si è staccato da me
qualcosa, senza che sapessi,
senza che sentissi
che una volta arrivato al mio posto
cambierò indirizzo.
(Alon Altaras)
ho scoperto che alle 4.30 del mattino il mondo non è ancora pronto per me. mi sveglio sulla traccia di un sogno nel quale c'eri tu che ti comportavi come qualcuno che è appena tornato da una lunga lontananza. non spiegavi l'assenza, nè il ritorno, ma mi regalavi delle lettere che avevi scritto per me. facevo in tempo a notare la grafia sconosciuta, diversa dalla tua, mentre quei fogli color carta da zucchero piegati malamente passavano velocemente dalle tue mani alle mie per poi sparire. dopo le lettere, ecco una piccola scatola nella quale c'era quello che mi spiegavi essere stato il tuo orologio da polso mentre eri via. dalle tue mani alle mie, ancora. era strano, di acciaio pesantissimo, l'orologio. ho provato subito ad indossarlo e improvvisamente il peso di quel tempo intorno al polso si è fatto ancora più grande, insopportabile e inappropriato. inutile, come un regalo sbagliato che non ci assomiglia. allora ho realizzato che non stavi tornando ma andando via. alle 4.30 il mondo non è ancora pronto per me. lo colgo di sorpresa, non gliel'avevo mica detto che oggi sarei arrivata tanto presto. perciò l'ho aspettato, questo giorno qui, sul balcone, pensando al sogno, al tuo tempo, al mio, mangiando biscotti, con il cuore più leggero di un addio e silenzioso come la strada.

c'era un grande pareo rosso steso ad asciugare, due mollette azzurre lo tenevano appeso al filo teso da un capo all'altro del balcone in cucina. c'era il vento che lo faceva danzare, lo gonfiava d’aria lanciandolo avanti, fino a farlo entrare in casa attraverso la finestra aperta, per poi riprenderselo indietro in un abbraccio geloso. c'era l'odore buono di sapone da bucato, ma soprattutto c'era la cucina illuminata da una luce arancione per via dell'ultimo sole del pomeriggio, basso e leggero, che entrava filtrando attraverso la stoffa del pareo. c'era un’ unica testimone di tutto questo splendido niente ed ero io. guardavo quella luce morbida posarsi sulle cose e pensavo: ho voglia di scrivere.
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