IzZiO
FaTbOy
fIgLiO_dI_nEsSuNo
lA_CeCiArElli
dOvE_sTa_ZaZa?
Mr_CoBbLeP0t
cItArSi_AdDoSso
iNsAno_LoCo
vOlSo
mIsS_zEbRa
stanlaurel
il motivo potrebbe essere questa pioggia tenace che lava la città da giorni. tornando ho sentito le gocce cadere sulle foglie gialle dei platani che tappezzano la strada sotto casa. facevano come una musica bellissima. i colori però, sotto tanta insistenza, sembrano sul punto di cedere. per questo forse fanno di tutto per risaltare di più emergendo dal grigio liquido del pomeriggio. di qui a poco forse potremmo veder stingere i cartelloni pubblicitari, le auto, le insegne, gli ombrelli, le vetrine. se fai presto ci godiamo lo spettacolo insieme. al riparo, dietro questo vetro, con i piedi scalzi e una tazza di tè scuro e caldo tra le mani. le forme, i contorni già colano in macchie vivaci riflesse dall'asfalto lucido, perciò sbrigati. il motivo potrebbe essere questo. nel dubbio, prima di uscire ho messo il rossetto più deciso che ho e mentre camminavo ho sentito tutto il mio colore concentrarsi sulle labbra. fai presto.
Usa tutto l’amore che porto
molto meglio che farlo marcire
girandoci intorno
che vederlo riposto con cura
e mangiarselo dentro
usa tutto l’amore che svendo
fa che non me ne resti più niente
che non debba trovarmi domani
a contare gli avanzi
fra le cose rimaste in un angolo
e prese dal tempo
così nuove da fare spavento
perché un giorno non le ha consumate
neanche un giorno
usa tutto l’amore che porto
fallo a pezzi per sbaglio o soltanto
per farlo sparire
non prestargli riguardo
ma trattalo con le tue mani
e consumalo come consuma
fa che non me ne resti più niente
che non occupi il posto degli angoli
dato al rimpianto
fra le cose che restano nuove
da fare spavento
perché un giorno non le ha consumate
neanche un giorno le ha mai consumate
neanche un giorno
_cesare basile_
there’s gotta be a song left to sing
cause everybody can’t of thought of everything
one little note that ain’t been used
one little word ain’t been abused a thousand times
in a thousand rhymes
appena è scattato il verde ho iniziato ad attraversare quella grande strada sulla quale, malgrado il benestrare del semaforo, si corre il rischio di essere investiti dalle automobili che arrivano lateralmente. i pedoni, alle prese con quell'incrocio, camminano con un passo colpevole che è quasi una corsa e tradisce l'ansia di guadare il fiume insidioso e mettersi in salvo sul marciapiede. è un po' di tempo che mi porto dentro una sensazione che ancora non ha preso forma, nè parole. è per questo che non riesco a scrivere come e quanto vorrei. è per questo che spesso, contrariamente alle mie abitudini e alla mia natura, evito deliberatamente di andare a fondo nei discorsi. quelle rare volte che mi capita di contravvenire a questo proposito, mi accorgo di non aver scelto le persone e i modi opportuni per farlo. il che mi porta a dovermi districare in paradossali siparietti da commedia degli equivoci o in dialoghi da nouvelle vague de' noantri. quelle situazioni, in pratica, nelle quali si passa più tempo a spiegare cosa non si intendeva dire, piuttosto che il senso di ciò che tentavamo di mettere in comune a parole. io lo so che quando sto così devo aspettare, stare zitta ed aspettare. smettere di prendere sul serio la domanda come stai? cercando di rispondere qualcosa di più articolato e onesto di un convenzionale bene. smetterla di trarre conclusioni e invece osservare, distrarmi, guardare altrove. poi, questione di qualche giorno e bang riesco a cogliere un piccolo segnale, un indizio che mi fa capire di essere tornata nella giusta corrente. intanto che aspetto sono qui davanti al pc che mangio biscotti alla nocciola, bevo una birra e mi sforzo di scrivere qualcosa di intelligente. ecco, vada per i biscotti e la birra, ma per l'intelligenza, guardi, magari ripassi domani. caro diario, ultimamente mi sono capitate delle robe che hanno una sorta di denominatore comune e non ci vuole l'arguzia della mia beneamata signora fletcher per capire che sotto c'è qualcosa che varrebbe la pena prendere in considerazione. un potenziale, in fondo, che però potrebbe anche passare per qualcosa ora come ora mi riesce difficile distinguere o accettare. tutto questo per dire che oggi, mentre attraversavo quella strada, mentre non pensavo a niente ma in fondo pensavo a tutto, mi sono resa conto di non sapere più se questa città è ancora innamorata di me come una volta.
squint your eyes and look closer
I'm not between you and your ambition
I am a poster girl with no poster
I am thirty-two flavors and then some
and I'm beyond your peripheral vision
so you might want to turn your head
cause someday you're going to get hungry
and eat most of the words you just said
both my parents taught me about good will
and I have done well by their names
just the kindness I've lavished on strangers
is more than I can explain
still there's many who've turned out their porch lights
just so I would think they were not home
and hid in the dark of their windows
til I'd passed and left them alone
and god help you if you are an ugly girl
course too pretty is also your doom
cause everyone harbors a secret hatred
for the prettiest girl in the room
and god help you if you are a phoenix
and you dare to rise up from the ash
a thousand eyes will smolder with jealousy
while you are just flying back
I'm not trying to give my life meaning
by demeaning you
and I would like to state for the record
I did everything that I could do
I'm not saying that I'm a saint
I just don't want to live that way
no, I will never be a saint
but I will always say
squint your eyes and look closer
I'm not between you and your ambition
I am a poster girl with no poster
I am thirty-two flavors and then some
And I'm beyond your peripheral vision
So you might want to turn your head
Cause someday you might find you're starving
and eating all of the words you said
_la domanda di layton_
ogni volta che gli comunico
cosa ho intenzione di fare
layton mi chiede solennemente:
sei proprio sicuro, leonard,
che sia la cosa più sbagliata?
_leonard cohen_
una notte di poco sonno non resiste, si arrende immediatamente alla sveglia perchè aveva già smesso di avanzare pretese molto tempo prima che arrivasse il giorno di oggi a darle il cambio. pochi minuti bastano per inventare un sogno da lasciare in pegno al letto mentre mi stacco dalle lenzuola. è l'incedere concentrico del mattino, fatto di acqua e aria, a cancellarmi la carezza tiepida di buio e fantasia dalla pelle. una ad una le cose appaiono, si riappropriano dei nomi, dei suoni, delle funzioni. solo io non ricordo ancora bene di me, chi sono, quello che ho, quello che no e cosa devo fare oggi. mi siedo in cucina e canto sillabe di voce bassa e fragile sulla marmellata di more da spalmare. i piedi scalzi. gli occhi piccoli del mattino fissi sulla caffettiera ancora muta. dallo stereo, si libera un blues spudorato che non ha fretta e gira intorno a sè stesso ancora ancora ancora. io mastico e faccio no no no e sì sì sì con la testa, perchè il blues fa proprio così. come quasi tutti i blues domanda e confessa qualcosa allo stesso tempo. oh babe I'm gonna tell you something e io sto lì che ascolto mentre lentamente l'odore di caffè si fa sempre più forte.
nelle storie di g. a volte le parole tornano bambine. indossano un vestito di cotone leggero e con i piedi scalzi corrono davanti casa in mezzo alla fuga impazzita delle oche bianche, mentre da qualche parte la guerra deve ancora finire. le parole di g. sono grossi grappoli d'uva da rubare e mangiare di nascosto, prima che diventino quel vino color rubino che rovinerà il padre. le parole di g. sono ragazze che, capelli neri e bocca rossa, aspettano la festa per indossare il vestito buono e andare a ballare in bicicletta. cristalline, nel chiassoso sciame a due ruote di fratelli sorelle e cugini. sono attesa di guance calde e sguardo veloce che brilla intorno. battono il piede aspettando qualcuno che venga a coglierle per farle girare e volare sulla musica. le parole di g. sono lettere d'amore imparate a memoria. sono i sogni, bianchi e silenziosi, piegati con cura nel baule del corredo. le parole di g. sono la speranza, seduta compostamente, le mani che lisciano la gonna e tornano a tenersi l'una con l'altra, su un treno che attraversa l'italia di 50 anni fa.
the answer is in the intention
that lies behind the question
ho comprato un libro di poesie di leonard cohen. le più belle, secondo me, sono quelle in cui parla delle donne, quelle mistiche nelle quali però scrive pure le parolacce e poi quelle in cui racconta o sogna il sesso in quel modo tutto suo, spirituale e teneramente sconcio assieme, che a me piace tanto.
due sere fa ho visto gianlucaiannone seduto al tavolo di una trattoria. stava cenando con 4 amici sua, bella gente eh, tutte facce simpatiche, rassicuranti. gianlucaiannone è praticamente diventato un'icona del quartiere esquilino per via dei manifesti affissi dai simpatici amici di casapound. ecco, vederlo lì, a due passi, ha fatto sorgere in me un inspiegabile desiderio di avere tra le mani un mattone per poter aderire in maniera concreta e tangibile alla causa. c'è un sito, casomai interessasse sapere cosa dice uno che si dichiara fascista sì, ma del terzo millennio. ho letto il programma, ma davvero non saprei scegliere il mio punto preferito. comunque è una di quelle cose che ridi ridi e poi, a un certo punto ci pensi e in un attimo hai come una enorme voglia di piangere e chiamare la mamma.
c'è un cielo cieco, di poche stelle indifferenti e una luna che guarda altrove. c'è la notte apparecchiata per due e un alibi che potrebbe bastare per entrambi. lui indossa quella bella giacca di panno blu che lo fa assomigliare a un marinaio appena sbarcato. lui che parla per il tramite di illustrissimi assenti. lei stringe l'abbraccio di mille giri di stoffa viola intorno alle spalle e ascolta. sono seduti vicini, su un marciapiede. di fronte a loro la strada, liscia e immobile, sotto la luce gialla dei lampioni. lei è concentrata nel piccolo confetto all'anice che le si scioglie in bocca. la voce di lui, tolto il peso alle parole, può intrecciarla e perderla nell'intrico delle conversazioni dei passanti. lui chiede e allora lei muove le labbra senza pensare. lui dice sarcasmo immotivato. lei dice ipocrita, perfino la luna ride. lui si alza in piedi e la guarda, dall'alto. poi parla e domanda, ancora. lei allora ripete il senso delle parole di lui ma fa degenerare i sinonimi. usa la parola scopare, guardandolo. la luna allora ride più forte e fa scivolare sulla terra i sogni che lei aveva appeso al cielo, di nascosto, mentre lui era andato a comprare le sigarette. voleva metterli al riparo, andarli a cogliere la mattina successiva, ma come una cascata di vetro si sono infranti sull'asfalto. lei gioca con il rumore di questa immagine nella testa. non ci trovo niente di eccitante nelle tue citazioni, dice lei. ma vaffanculo, dice lui e se ne va, seguito da nietzsche e compagnia bella. lei resta seduta lì a cercare di decidere cosa provare, poco dopo si accorge che la luna è tornata a guardarla.
ci sono le cose vitali, quelle delle quali proprio non si può fare a meno. ci sono le cose utili, che fanno stare bene, meglio. ci sono poi le cose inutili che, non ci si può sbagliare, stanno sempre lì, a portata di mano, rassicurandoci con la loro imperturbabile inutilità. le cose inutili si dividono in due categorie, le cose inutili buone e/o belle e le cose inutili cattive e/o brutte. tra una categoria di cose e l'altra c'è tutto un mondo di sfumature mutevoli, di mezze misure, di necessità, vezzi e fantasiose compensazioni. le compensazioni sono la manifestazione palese di un meccanismo inconscio che crea misteriose equazioni affettive per cui se la fidanzata ti molla compri una moto, se ingrassi di un chilo compri un paio di scarpe nuove. cose di questo genere. tra le cose utili e quelle inutili ci stanno le cose più o meno indispensabili. queste cose qui, per loro natura e per via della titubante funzionalità che gli è propria, possono risultare propizie oppure fatalmente inopportune a seconda del momento in cui entrano in scena e vengono prese in considerazione. il tempismo è fondamentale in quanto la fatalità delle circostanze può promuovere le suddette cose dallo status di più o meno indispensabili a quello di utili, o declassarle a quello di inutili. si veda a questo proposito la storia del costume da bagno e della giacca di pile all'equatore. di questa ambigua categoria di cose fanno parte anche i cetriolini sott'aceto, l'emmenthal e la marmellata di mirtilli qualora le circostanze siano quelle che mi vedono costretta due giorni dentro casa a far passare una febbre paragonabile a un ospite inaspettato e pieno di pretese che mi ha sorpreso col frigo così fornito. (un po' più lunghe 'ste frasi no eh?) insomma, ho dormito, guardato un'infinità di film e contato le ore tra una tachipirina e l'altra. ho pure pensato parecchi di quei pensieri densi e un pò ripetitivi tipici degli stati febbrili. poi, in mezzo al mio limbo ho trovato la forza di convincermi che non si vive di sola pastina in brodo, vestirmi e andare a fare la spesa. mi sentivo debole e fuori luogo, con quel sole sfacciato che sembrava estate e io invece avevo freddo e poi sotto ai neon impietosi del supermercato. sono tornata a casa senza fiato, ma con un carico di frutta e verdura fresca, giornali, aspirine. i brividi della febbre fanno così: vibrano nelle ossa, poi passano sulla pelle e da lì si traferiscono alle lenzuola che ce li restituiscono uno ad uno. uno scambio circolare di temperature che non si stemperano a vicenda, una lotta ottusa tra caldo e freddo. poi una mattina che fuori c'è il sole, riemergi dal letto con quella sensazione che sempre, fin da piccola, ti lascia la febbre quando se ne va. un senso di nuovo che non so spiegare e che nemmeno ci provo. se ne ricordassi il nome potrei citare quello scrittore che ha descritto tanto bene le sue febbri malariche come catarsi di non so quale suo male dell'anima, un rimpianto o un rimorso non ricordo più. pace. ho cambiato le lenzuola, quelle vecchie che si sono tenute la febbre e i suoi segreti, ora sono stese al sole, insieme al resto del bucato. maccio capatonda - "amore, sto male di nuovo"
amanda frellioje - “ sarà la bora...”
maccio capatonda - “ma non siamo a trieste”
se
avesse visto
i disegnini
che facevo
sovrappensiero
mentre parlavamo al telefono
e che ora se ne stanno stritolati
in un foglio A4
appallottolato
nel cestino della carta straccia
allora
forse

mi stavo domandando
se
ma
forse
chissà
però poi mi sono risposta
no
meglio di no.
un pomeriggio persa nel labirinto di quel mercatino dell'usato nel quale, se non ti lasci distrarre dalle prime impressioni, puoi indovinare la bellezza segreta o passata degli oggetti. stavo per comprare uno sgabello di vimini, meraviglioso e inutile. stava lì, dimenticato sotto ad un tavolo e mi chiamava come fosse già mio. l'ho guardato, ho fatto un giro, poi sono tornata a guardarlo, ho fatto un altro giro e, toh, guarda caso ancora quello sgabello. però mi sono detta no. no. e no. poi, ho cercato di decidere quale fosse l'oggetto più brutto tra quelli che vedevo. il centrotavola a forma di fiore in pura latta abbozzata se la batteva con un portasapone che non sto neanche a descrivere perchè le parole non gli renderebbero giustizia. alcuni oggetti, basta sfiorarli e ti raccontano la loro storia che è quella di parenti lontani che comprano ridicoli regali di nozze. storie di divorzi, abbandoni, traslochi, ripicche, fallimenti o gioiose liberazioni. altri oggetti stanno lì, in silenzio, alcuni con aria orfana circondati da un'aura di nostalgia e tenerezza. sono le cose alle quali si sente che qualcuno ha voluto bene, forse un bambino diventato grande o un vecchio che chissà che fine ha fatto. poi ci sono quelli che, pur essendo inutili, sbeccati o pacchiani ostentano un'altezzosità che fa sorridere. fuori da lì era rimasta ad aspettarmi una pioggia indecisa più di me e un cielo onesto senza storie da raccontarmi. il palazzo di quel bel rosso scuro, un semicerchio opulento e massiccio, ogni volta mi stupisce per via del piacere di farsi guardare che trasmette. e allora lo osservo e lui mi ricambia stando lì, invitante come un grande abbraccio sempre pronto. c'è ancora il tuo sguardo sulla città che mi viene incontro incastrando vie e pensieri. io passeggio lentamente e lungo la strada raccolgo i tuoi passi.
ArDeCoRe
babsi_jones
cesare_pavese_poesie
europa_film_treasures
GENOVA_2001
il.primo.amore.
indymedia
internazionale
nazione indiana
pearls_before_swine
pOsT_sEcReT
ramificazioni
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_ani difranco_
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