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stanlaurel
la cosa positiva è che, vista la vicinanza, posso arrivarci a piedi in appena un quarto d'ora. però la piscina è piccolissima, ricavata non so come all'interno di una altrettanto piccola palestra di quartiere. sul sito internet e sul depliant pubblicitario ci sono delle foto scattate da furbissime angolazioni che fanno sembrare ogni cosa grande il triplo, piscina compresa. nuotare mi manca molto, sì, ma a pensarci bene non mi dispiace questa parentesi di ginnastica acquatica, tutta al femminile e un po' starnazzante. del nuoto non mi mancano i calci nello stomaco o le pedate sul sedere di quelli delle corsie attigue, per esempio. mi manca invece una cosa che ero arrivata ad odiare, ossia l'autismo delle vasche, andata e ritorno, che ti svuotano tanto bene il cervello oppure portano pensieri nuovi di zecca, complici forse le inalazioni del cloro. mi manca pure l'acustica delle piscine, dove ogni parola rimbomba in superficie oppure è attutita dall'acqua. adesso, quando finisce la lezione, l'istruttrice spegne il tunz tunz tunz dello stereo, tutte le altre papere se ne vanno a fare la doccia, io tiro un fiato e rimango sola a nuotare quelle tre bracciate e mezza, avanti e indietro, nelle quali mi trovo strettissima.
è che a volte mi sembra di non sapere più da quale parte cominciare. mi fa strano pormi il problema considerando che l'inizio e la fine delle cose non mi pare abbia mai avuto grande importanza da queste parti. c'era un tempo indefinito in cui da una qualche parte cominciavo, spesso non raggiungevo nessuna conclusione, ma ehi, per caso qui dentro c'è qualcuno che ritiene indispensabile arrivare da qualche parte? vado a fare un giro, da ragazzina scrivevo così sui bigliettini che lasciavo a mia madre sul tavolo della cucina, prima di uscire. e fare un giro significava semplicemente camminare per roma, senza mete particolari e spesso anche senza compagnia alcuna. a casa mia abbiamo sempre avuto questa abitudine di lasciarci i bigliettini, oltre al gusto per quel tipo di libertà scalciante che ci ha reso tutti un po' selvatici e impermeabili ai legami. a guardarci ora, uno per uno, distinguo nettamente i pro e i contro di questa attitudine, ma a scrivere i bigliettini e a girare siamo sempre piuttosto bravi, sì. e allora eccomi qui, anche oggi che non ho bigliettini da lasciare, vado a farmi i miei giri. metaforici e non. questo attuale, insomma, è un momento in cui passo in rassegna parecchie cose di me, ma finora l'unica differenza, rispetto a pochi mesi fa, è che riesco a fare dei discorsi di una logica che a volte a me mi sembra proprio eccezionale. se non fosse per il fatto che è la mia stessa voce quella che ascolto, stenterei a credere di essere proprio io a parlare. però, quello che volevo dire, è che forse questa della logica (e per logica non intendo fredda razionalità, ma capacità di serena analisi delle cose mie) è positiva, ma che a volte anche abbastanza dolorosa, come la sincerità. a questo proposito, ho fatto anche un sogno che mi ha spiegato, attraverso intricati simboli, che a volte i cambiamenti che vorremmo veder concretarsi, arrivano in silenzio, perfino prima che abbiamo l'animo per prenderne atto. per esempio, dentro di noi a volte ci allontaniamo dalle persone e da pezzi di vita, ancor prima di formalizzare l'abbandono in un pensiero compiuto e da lì nelle parole. per esempio, leggevo delle cose che ha scritto un mio amico e mi sono accorta che le sue parole raccontano di un dolore che non gli appartiene più, già vuoto di lui, ma che lui naturalmente sa ancora come far rivivere. insomma, niente di più facile che riconoscersi nel proprio passato, soprattutto negli errori commessi. (quanto non mi piace chiamarli errori, ma vabbè) non so spiegarmi, spero che rileggendo quello che scrive si accorga che, in qualche modo, si sta sforzando di interpretare la stessa parte. potrei dire lo stesso di me, forse. oggi fuori da qui c'è un sole d'argento che si stende sulla città e io avrei voglia di camminare tanto e poi, verso sera, andarmi a nascondere nel buio caldo e vellutato di un cinema. non è detto che non lo faccia. volevo raccontare tantissime cose, tipo che ho comprato una marmellata di fichi strepitosa e ogni volta che la mangio penso a tutta la gente che vorrei che la assaggiasse tanto che, anche se sto lì da sola con il barattolo e le fette di pane, mi sento in compagnia. raccontare di solitudini leggere e rivelatrici, di persone, poche, che perfino in questo momento di distanza siderale, riescono a toccarmi davvero. ma soprattutto vogliamo parlare del fatto che giorni fa mi sono messa a piangere davanti al documentario autobiografico di britney spears?
ma sì, andatevene tutti.
taglio i capelli più corti,
per ricominciare
e non parlo mai d'amore.
nella testa
ho una bellissima collezione di frasi
per iniziare a raccontare
le infinite forme
di una storia,
ma c'è un pudore muto
che mi nasconde
e falsa le distanze.
per ora questo
e poco altro
da quando ho smesso di guardarmi
attraverso il tuo cuore
trasparente.

io ogni tanto immagino di essere nei posti dove non c'ero.
like you never have known
metto a tacere la sveglia e mi riaddormento per un sacro quarto d'ora poi pesco biscotti con gli occhi chiusi non ho voglia di impegnarmi nelle rigorose regole di una caffettiera e allora cedo al caffè solubile ma non agli orrori della rassegna stampa che in una cantilena insidiosa mi seguirebbe fin sotto la doccia se non alzassi la radio su nina simone che canta per me e l'acqua è troppo calda i capelli elettrici e il mascara la gonna e gli stivali una banana nella borsa e via sulla scia di un vago vaghissimo desiderio di mimetismo col mondo circostante grigio fisso appiccicato ai vetri da settimane e settimane abbinato al marmo gelido di questo quartiere geometrico che ritrovo puntuale ad aspettarmi appena emergo dalla metropolitana niente di più facile che intonare un umore alla tinta di certe giornate e invece magari proviamo a provare proviamo a stonare il barista fa una battuta un po' fiacca su un pezzo di clapton che stanno passando alla radio io rido ugualmente e abbondo con lo zucchero ma mi dimentico di girare il cucchiaino poi ritorno sui miei passi vorrei scrivere ma non ci riesco mi manca il posto mi manca il tempo però ho un libro nuovo da mangiare e guarda qua che calze ho messo oggi di che colore sono non lo so ma mentre cammino mi sento fuoriposto come una macchia sulla superficie anonima di questo martedì a tratti mi rimbomba dentro il tempo verbale che hai scelto di usare per dire di noi e a volte vorrei venire meno alla mia coerenza in un modo diverso dai soliti modi vorrei tante altre cose per esempio oggi me ne starei sul monte fuji a bere una cioccolata calda e invece sono qua
invece mia zia maria assomiglia a ella fitzgerald quando era già un po' cieca e portava quegli occhiali spessi da miope che le facevano gli occhi piccoli piccoli.
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