Ice cream man di Tom Waits è una canzone che adoro perchè mi mette di buonumore. Quando inizia, mi sembra proprio di vedere arrivare un camioncino dei gelati, lo stesso che aspettavo da bambina, ogni sacrosanto pomeriggio delle estati che ero costretta a passare in campagna. Pomeriggi infiniti di afa e aria immobile in cui le ore sembravano rallentare, come dilatate e impigrite dal caldo. I grandi dormivano e perfino i cani dei vicini, che in altri momenti non perdevano occasione di abbaiare ad ogni macchina o essere umano che passava per strada, erano latitanti. La gatta bianca e nera, perennemente gravida, che non apparteneva a nessuno e alla quale nessuno ha mai dato un nome, se ne stava all’ombra, spalmata sulle piastrelle del terrazzino a cercare il fresco, intontita in un dormiveglia mistico che mi divertivo a osservare in silenzio o a interrompere, sadica, come tutti i bambini.
A dormire, come gli adulti, non ci riuscivo e il più delle volte, se sparivo al momento giusto, nessuno si ricordava di obbligarmi a farlo. Così rimanevo sola, in quel mondo inerte di cicale perpetue che mi costringeva a inventare mille modi per far passare un tempo che, insieme al caldo, mi stava addosso opprimente di noia.
Sguazzavo in una vasca da bagno che mio padre, non ricordo più perché, aveva piazzato in mezzo al prato davanti casa. Entravo e uscivo dall’acqua, con addosso solo le mie mutande di cotone bianco. Un piccolo campo di pannocchie, che non so chi lasciava crescere proprio lì davanti, mi riparava dalla strada e dagli occhi indiscreti delle finestre altrui. Poi, cambiavo programma, scattavo in piedi, camminavo intorno casa, facevo cascare qualche prugna dagli alberi e me la mangiavo avidamente, anche se era calda, quasi lessata da quel sole impietoso. Oppure entravo nel fresco umido della cantina, recuperavo gli stivali e qualche contenitore e andavo a raccattare i girini in un fosso che passava lungo il confine. Mi mettevo lì, col sedere per aria a guardare i sassi sul fondo dell’acqua cercando di cogliere l’apparizione di quegli strani esserini tanto perfetti, lisci, come fatti di velluto nero che mi pareva un peccato si dovessero trasformare in rane.
A una certa ora, che coincideva più o meno con il momento in cui la siesta degli adulti volgeva al termine, sentivo arrivare da lontano il camioncino dei gelati. Scendeva dal paese, lungo la strada tutta curve e con la musica sparata a palla dall’autoradio, rompeva il silenzio e la noia. Io correvo in casa, portandomi sulla pelle il caldo, intontita dallo sbalzo di temperatura e mezza accecata dalla penombra e dal fresco delle stanze con le tapparelle abbassate. Stavo bene attenta a non svegliare nessuno, stisciavo in camera da letto cercando di trattenere il respiro grosso che mi saliva in gola per la corsa che avevo fatto. Mi infilavo una maglietta, prelevavo qualche soldo spiccio dal portamonete di mia madre, con l’orecchio teso per il terrore che il camioncino nel frattempo passasse e non mi trovasse lì ad aspettarlo. Sentivo la musica che si avvicinava e correvo lungo il vialetto di ingresso anche se mi accorgevo che la macchia bianca del furgoncino della Sanson non aveva ancora svoltato il curvane finale che lo conduceva sulla strada e poi davanti casa. Insomma stavo lì, ferma su quelle gambe secche che avevo, piene di graffi e pizzichi di zanzare, con i soldi caldi e sudaticci in mano. La faccia del tipo che guidava il camioncino non me la ricordo, ma non posso dimenticare quanto mi piaceva misurare il tempo che ci avrebbe messo ad apparire, quanto si sarebbe fermato davanti a l’una o l’altra casa. Invidiavo un po’ i bambini del vicinato che, a quanto vedevo, avevano i genitori svegli che si occupavano di fermare il camioncino e comprargli il gelato. Io come al solito facevo tutto da me, e un po’ mi vergognavo. Avevo paura che, siccome ero una bambina e per giunta praticamente in mutande, il tipo, non si sarebbe fermato. E invece lui, frenava lentamente e con la sua faccia anonima e dimenticata, scendeva dal camioncino, aspettava che gli indicassi il gelato che volevo sul poster appiccicato sul fianco, poi apriva lo sportello dal quale usciva una nuvola di fumo ghiacciato, io pagavo e tornavo verso casa lentamente, scartando il gelato. Ecco, quando ascolto la canzone di Tom Waits, sembrerà una forzatura, ma capisco di cosa parla. La storia dei gelati lui la prende in prestito per usarla in modo parecchio allusivo, certo, ma in ogni caso, quella che credo voglia richiamare è l'aspettativa gioiosa, l'interruzione di passatempi vuoti, e forse quel tipo di noia pigra che assomiglia tanto a quei pomeriggi d'estate. E’ come se dicesse eccomi, ci penso io, sto qua apposta. E a me, il camioncino dei gelati, pare proprio di sentirlo arrivare nelle prime note che segnano l’inizio della canzone e che per sembrare lontane sono appena sfiorate sui tasti del pianoforte. Le stesse note, come un carillon quasi scarico, ritornano alla fine quando l’uomo dei gelati, dopo un intermezzo di allegro fracasso davanti a casa tua durante il quale ti ha colorato la vita al gusto fragola e ciliegia, riprende la sua strada e lentamente, così come è arrivato, se ne va.
Roba di
misia
venerdì, 01 dicembre 2006
ore
09:16
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