Le cicale suonano il loro concerto senza tregua in questo pomeriggio di attesa e caldo torrido. Nemmeno l’ombra verde che filtra dal pergolato di vite americana davanti casa sembra offrire sollievo al vecchio Oreste che siede immobile, con la camicia a mezze maniche aperta sul grande stomaco, e aspetta. Aspetta di sapere se quest’anno toccherà a lui, anziché a don Mariano, la grazia di produrre il vino più buono del circondario.
Michele ancora non torna, i gatti cercano il fresco sdraiandosi sul marmo che lastrica il patio, le donne in cucina portano avanti i mestieri producendo rumori leggeri, trattenuti.
Intorno a don Oreste, la vita di quel piccolo universo solitamente così vivace è rallentata, in una riverente complicità con l’attesa snervante del vecchio il quale, con gli occhi fissi al cancello, immagina di vedere arrivare Michele con un sorriso di vittoria stampato in faccia.
E’ fuori da stamattina, quel maledetto ragazzo. Si sarà perso, oppure peggio, l’avranno beccato mentre gironzolava tra i vitigni come un imbecille. Accidenti a me e a quando gli ho chiesto di andare al posto mio...ma ormai sono vecchio, non ho più la forza per fare certe cose.
In quel momento Oreste socchiude gli occhi, un torpore rende pesanti le palpebre e i pensieri. Sta quasi cedendo alla tentazione di dimenticare l’attesa e concedersi al sonno, quando il cigolio del cancello d’ingresso lo riporta alla realtà.
I cani abbaiano senza rabbia, riconoscono Michele che fa il suo ingresso e subito si affretta a raggiungere l’ombra sotto la quale Oreste lo aspetta da stamattina.
“Eccomi don Ore’!” pronuncia tutto d’un fiato Michele, trafelato e con il viso congestionato dal caldo.
“Allora?” chiede Oreste senza guardarlo.
“Allora...fatto tutto” risponde Michele. La camicia sudata che aderisce al torace e il fiato grosso tradiscono la corsa sotto il sole impietoso di questa fine d’agosto infuocata.
Il ragazzo se ne sta lì davanti a Oreste, ossequioso, con le mani dietro la schiena.
“E bravo stronzo, t’hanno beccato eh?”
“No no. Sono passato per il fosso, come m’aveva detto lei.”
“Bravo bravo. E i cani?”
“Quali cani?”
“I cani. Dice che quel fetente di don Mariano ha messo i cani a guardia del vigneto, per paura che gli rubassero l’uva”
“Non c’erano cani. Nessuno c’era.” si affretta a puntualizzare Michele mentre da una tasca estrae un grappolo d’uva.
Lo tiene con entrambe le mani come se fosse un oggetto fragile e prezioso.
“Com’è?” chiede il vecchio Oreste.
“eh, com’è...” tira lungo Michele.
“beh, l’avrai assaggiata no?”
“sì....”
“e allora?”
“allora...è buona don Oreste. buona.”
“meglio di quella dell’anno scorso? meglio della nostra?” lo incalza il vecchio.
Michele non risponde, abbassa la testa per schivare lo sguardo che si sente puntato addosso.
“Vattene!”
“Don Oreste...”
“Vai via!”
“Ma forse...”
“Michele, tornatene a casa! Lasciala lì sul tavolo e vattene!”
Michele depone con delicatezza l’uva sul tavolo di formica poco distante dal braccio del vecchio, si volta di spalle e lentamente, biascicando deboli giustificazioni, se ne va seguito dai cani che gli scodinzolano dietro ignari di tutto.
Oreste tira un lungo sospiro, l’ansia si è allentata, ma al suo posto un complesso intrico di sentimenti gli opprime il petto.
Si alza e coi passi pesanti si dirige verso la cucina, scansa la tenda con un gesto brusco della mano, le donne al suo ingresso interrompono le faccende e lo guardano intimorite.
Oreste non le degna di uno sguardo, con imponenza si avvicina alla credenza, la apre e ne estrae dell’uva identica a quella portata da Michele, torna fuori e si abbandona pesantemente alla sedia.
Appoggia i due grappoli l’uno accanto all’altro e li osserva.
Dopo un pò stacca un acino da quello che ha portato dalla cucina, ne tasta la consistenza strizzandolo con delicatezza tra il pollice e l’indice, poi lo infila in bocca e lo mastica socchiudendo gli occhi.
Passa qualche lungo istante e poi fa lo stesso con un acino prelevato dal grappolo rubato da Michele; lo osserva in controluce, il colore è caldo e vivo, come se il sole che lo ha nutrito fosse ancora lì dentro a completare il suo lavoro.
Porta l’acino alle labbra e trattenendo il respiro lo infila in bocca. Quasi non riesce a masticarlo tanto forte è la rabbia che prova verso don Mariano e la sua fortuna sfacciata, poi fa uno sforzo e i denti rompono la buccia dell’acino.
Ha proprio la consistenza che dovrebbe avere, pensa don Oreste che quasi vorrebbe poter diffidare delle proprie sapienti valutazioni.
Il sapore è zuccherino, carico di promettenti sfumature che portano con loro tutto il buono di quella terra così ingrata verso di lui. Oreste lo sa, l’uva di don Mariano anche stavolta produrrà il vino migliore da vent’anni a questa parte.
Sente partire dallo stomaco una rabbia cieca che gli infuoca il volto e gli toglie il respiro.
“Maledetto” urla Oreste e picchia forte col pugno sul tavolo.
Il viso di una donna fa capolino dalla tenda appesa sulla porta della cucina.
“Che vuoi?” urla il vecchio.
“Don Oreste” balbetta confusa “non avete mangiato niente da stamattina...vi preparo qualcosa?”
“No.” risponde Oreste mantenendo invariato il volume della voce e il tono rabbioso “Portami del vino piuttosto.”
“Del vino? Ma siete a stomaco vuoto...il vino vi fa male...il dottore ha detto...”
“Cosa me ne frega a me del dottore!” la interrompe Oreste con la voce spezzata dalla rabbia, "Fa come t’ho detto...portami una bottiglia di quelle che stanno sotto l’acquaio, quelle della vendemmia di due anni fa....devo togliermi questo sapore dimmerda dalla bocca”.
“Va bene” risponde la donna, il viso scompare dalla porta, e dalla cucina si sentono uno scalpiccio di passi frettolosi e un brusio concitato.
Oreste recupera la calma, ma quel peso opprimente è ancora lì sul cuore e sembra non voglia andarsene via.
La donna riappare, una bottiglia in una mano e un bicchiere nell’altra, che appoggia bruscamente sul tavolo.
“Ecco don Oreste. Questo è il vino che avete chiesto”, poi scompare di nuovo nella penombra della cucina, senza aggiungere altro, ma pestando sui piedi.
Il vecchio Oreste avvicina a sè la bottiglia con tenerezza, la tiene fra le mani per qualche istante, poi la stappa e se ne versa un bicchiere colmo fino all’orlo
Affanculo pure il dottore pensa, poi solleva in alto il bicchiere come in un brindisi.
La luce dona un riflesso caldo e ambrato al vino. Sembra miele, pensa il vecchio Oreste poi, pronto a farsi consolare, avvicina il bicchiere alle labbra e ne beve con avidità tutto il contenuto. Deglutisce con gli occhi chiusi e resta in attesa di qualcosa.

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