la seconda volta

di certe vite c'è davvero di che innamorarsi. e io infatti me ne innamoro. magari non ricordo la storia della breccia di porta pia, o la capitale dell'uganda, ma per dire non dimentico piccoli dettagli della tormentata vita di chet baker o in quali e quanti modi abbiano tentato, prima di riuscirci, di fare secco rasputin. insomma, c'ho una discreta cultura di cose praticamente futili io. se non fosse per l'attitudine ad andare fuori tema, nel parlare, così come in molte altri espressioni della mia vita, avrei dalla mia una notevole fonte di aneddoti da sparare come cartucce nelle occasioni sociali in cui la chiacchiera langue. tuttavia la vita degli altri non mi pare mai una cosa futile da conoscere o da sperperare raccontandola a chi non se la merita. a me, più di una volta, l'altrui vita infatti mi ha insegnato cose e fatto riflettere sulla mia. e io non suono la tromba. e nemmeno vivo a corte con lo zar. quindi non si tratta di fare paragoni o parallelismi. per dire, glenn gould no? glenn gould che mentre suonava cantava. curvo sul piano, storto, gobbo, scomposto. suonava e cantava. i tecnici del suono non sapevano come eliminare quel mormorio dalle registrazioni. lui se ne fregava. glenn gould che suonava solamente seduto su una sediolina costruita dal padre, ormai mezza fracassata, ma lui voleva solo quella. era proprio un bel tipo di tipo il nostro glenn gould. il cd l'ho comprato tanto tanto tempo fa; le Variazioni Goldberg nella registrazione del 1981. ogni volta che l'ascolto penso a quei 12 minuti in più di durata rispetto alla prima registrazione del 1955. come minimo forse dovrei spiegare il perchè 'sta storia di glenn gould e dei 12 minuti mi colpisca così tanto, visto che io al pianoforte so suonare solo framartino. si tratta delle seconde volte. del nostro modo di vedere le cose, che può cambiare col tempo. della lentezza. del ritmo. dei tentativi. del riconoscersi o meno in sè stessi e nelle proprie scelte, quelle fatte, quelle da fare. è 'na cosa lunga insomma. come sempre poi, me la canto e me la suono da me. però, per essere meno ermetica, copio qui sotto un estratto dal libretto del cd.







[…] le due incisioni delle Variazioni Goldberg che Glenn Gould ha lasciato ai posteri costituiscono un caso particolare. Da un lato perché sono state compiute a distanza di ventisei anni e segnano l’inizio e la conclusione della sua carriera pianistica. La prima incisione dell’opera compiuta nel giugno 1955 era stata il primo disco inciso da Gould per la Columbia e aveva fatto diventare famoso il giovane pianista in tutto il mondo quasi nel giro di ventiquattr’ore, la seconda, svolta durante i mesi di aprile e maggio del 1981, fu uno dei suoi ultimi lavori per la CBS, e Gould non fece in tempo a vederla pubblicata. Ma le due versioni delle Variazioni Goldberg rappresentano un caso singolare nella storia dell’interpretazione anche per l’enormità delle loro differenze, che esteriormente si manifestano già nella durata delle esecuzioni: 38:27 minuti nell’incisione del 1955 rispetto ai 51:15 minuti nella versione del 1981. In un colloquio con Tim Page, svolto nel contesto della seconda incisione delle Variazioni, Gould si è espresso dettagliatamente riguardo a questa, se vogliamo chiamarla così, “scoperta della lentezza”: “Gran parte della musica che mi tocca profondamente vorrei sentirla suonare in un tempo molto lento e meditativo (e naturalmente suonarla così anch’io). […] Vede, in passato, la spinta ritmica era per me estremamente importante; ma col passare degli anni ho avuto sempre più l’impressione che molte interpretazioni (e certamente anche buona parte delle mie) erano troppo veloci. […] Gould evitò molto consapevolmente di impiegare la prima versione come base della sua nuova interpretazione, e ascoltò la vecchia incisione soltanto tre o quattro giorni prima della prima sessione di registrazione. “Devo dire che l’impressione è stata ambivalente. Ho ascoltato ampie sezioni dell’incisione con gran divertimento, ad esempio per quanto riguarda l’humor che vi ho sempre ripetutamente scoperto, […] ed effettivamente ho riconosciuto dovunque la mia impronta, per lo meno in senso pianistico; il mio modo di suonare non è cambiato veramente col passare degli anni: è rimasto uguale, un aspetto per il quale forse alcuni mi potranno rimproverare di ‘mancanza di flessibilità’. Ma –e si tratta di un ‘ma’ colossale – non riuscivo assolutamente ad identificarmi con lo spirito della persona che aveva compiuto quell’incisione. Mi sembrava quasi un estraneo il quale si era trovato dentro la mia pelle".




Roba di misia martedì, 18 dicembre 2007 ore 11:43 | link | commenti (4) |


Commenti
#1   18 Dicembre 2007 - 12:58
 
quando te la canti e te la soni è una bellezza
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente LaCeciarelli

#2   19 Dicembre 2007 - 00:27
 
http://www.flickr.com/photos/41344532@N00/198746151/


senza diteggiatura.

H.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente hobbs

#3   19 Dicembre 2007 - 09:22
 
marmellata, a tutti e due.
Blogger: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente misiasays

#4   19 Dicembre 2007 - 20:12
 
Chissà, forse anche il tuo framartino, tra 26 anni, durerà quei 12 minuti in più :)

Fra
utente anonimo

Commenti


vengo anch'io

*loading*