A. l’erba la compra da due fratelli che avendo smesso da tempo di fumare cedono ad amici e selezionatissimi conoscenti i frutti del loro raccolto “auto-prodotto”. Funziona così: A. riceve da uno dei fratelli un sms che fa –ci prendiamo un caffè?-, lui risponde –vengo oggi pomeriggio- oppure –vengo domani dopo cena- e i due fratelli l’aspettano, forse anche per offrirgli davvero un caffè.
In Spagna, dice M., –un caffè- è un’attività che implica il dedicare all’altro almeno due o tre ore di tempo e ascolto, mica come qui in Italia dove la faccenda si risolve, in piedi, davanti al bancone di un bar e in un intervallo di tempo stritolato tra un impegno e l’altro, dai dieci minuti alla mezz’ora massimo. Se lì in Spagna, dice sempre M., invitassi qualcuno a bere un caffè e quello si congedasse dopo così poco tempo, penserei di stargli sulle balle o di aver detto qualcosa di sbagliato.
Il barista della mensa ha un debole per E. e ogni volta che prepara il caffé per lei ci aggiunge un po’ di cioccolata calda e una spolverata di cacao in polvere, poi, sorridendole con aria complice, le mette la tazzina davanti e la guarda mentre lo zucchera e lo beve lentamente. E. la prima volta ha ricambiato il sorriso, la seconda volta pure, dalla terza volta in poi ha cominciato a meditare di cambiare bar perchè non saprebbe come dire al barista che non sopporta più la cioccolata calda e il cacao in polvere e che quando chiede un caffè vorrebbe solo un caffé. Un normalissimo caffé.
G. si sente sola. Lavora fino a tardi e la sera, quando torna a casa sfinita, si toglie le scarpe, fa qualche telefonata e, se non esce, salta la cena o mangia qualcosa in piedi, davanti al frigorifero. Non ha nessuna voglia di cucinare solo per lei. Ogni notte però, prima di andare a dormire, prepara la caffettiera e la mette sul fornello piccolo della cucina a gas. La mattina successiva entrando in cucina, prova una sentimento di tenerezza guardando quell’oggetto che è rimasto lì ad attendere il suo risveglio. E’ come se durante la notte avesse dimenticato di essere stata lei stessa a compiere quella sequenza di gesti e fosse stato invece qualcun altro ad avere avuto quella piccola e amorevole attenzione nei suoi confronti.
D. prepara il caffè ogni mattina appena alzata, lo versa nella tazzina verde rubata in un bar di Porto Santo Stefano durante una villeggiatura di tanti anni fa e lo porta al marito che si sveglia mezz’ora esatta dopo di lei. Durante i primi anni di matrimonio, spesso D. rimaneva seduta sul letto, accanto al marito, lo osservava dormire per qualche istante e poi lo chiamava amore e gli diceva buongiorno. Restava lì seduta finchè lui non aveva finito di bere il caffè. Spesso il marito, una volta poggiata la tazzina ormai vuota sul comodino, si stiracchiava, sorrideva a D. e poi iniziava a toccarla. Lei diceva faccio tardi, ma poi, non c’era volta che non tornasse sotto le lenzuola per fare l’amore. A lei piacevano l’odore tiepido di sonno nel quale riconosceva il ricordo leggero del dopobarba del giorno prima e il gusto di caffè nella bocca di lui. A lui piacevano l’odore di crema e sapone che lei aveva sul collo e sul viso e quell'aria assonnata che solo a lui era concesso vedere. Oggi D. lascia la tazzina di caffè sul comodino accanto al marito e gli dice –sono le 7, svegliati-.
L. conserva il caffè avanzato in una bottiglietta di vetro, lo mette in frigo e ci si prepara il caffelatte la mattina.
F. non conta neanche più tutti i caffè che beve durante il giorno e la sua occupazione principale quando viaggia all’estero, è quella di trovare un posto dove bere un caffè –decente-.
P. è stressato, lavora troppo e soffre di attacchi di panico. Non beve più caffè per questi motivi, ma ogni tanto, quando qualche collega o superiore insiste per offrirgliene uno e lui non riesce a trovare scuse per rifiutare senza sembrare scortese, avvicina la tazzina alle labbra e come quel liquido nero scende giù per la gola già sente il bruciore che parte dalla bocca dello stomaco e da lì si propaga e lo punisce.
E. non prende mai caffè dopo le tre del pomeriggio. –Sennò poi non dormo- risponde a chi vorrebbe offrirgliene uno, -e allora pijete 'na camomilla- le risponde la collega di stanza per prenderla in giro.
F. dopo cena beve un caffè corretto alla sambuca o alla grappa, le amiche la prendono in giro per via di questa sua abitudine un po’ maschile. Lei alza le spalle e dice –mi piace così-, ma per ribadire la propria femminilità lascia in ricordo sulle tazzine candide della trattoria focosi baci di rossetto fiammante.
P. ed A. sono entrambi sposati, lavorano nello stesso ufficio da qualche mese e sono innamorati l'uno dell’altra, ma non se lo dicono. Verso metà mattinata fanno una pausa ed escono dall’ufficio per bere un caffè nel bar lì di fronte. Ogni volta cercano di evitare che altri colleghi si uniscano a loro. Entrambi aggiungono al caffè lo zucchero di canna, entrambi non amano il caffè troppo dolce, ma neanche amaro, così una bustina di zucchero basta per tutti e due. Ogni giorno A. ne versa la prima metà nella propria tazzina, poi passa la bustina a P che versa lo zucchero rimanente nel proprio caffè. O viceversa. Questo è il gesto più intimo che i due compiono nel corso di tutte le giornate di lavoro. A entrambi il cuore batte leggermente più forte nel momento in cui si passano la bustina di zucchero.
Roba di
misia
martedì, 08 gennaio 2008
ore
12:24
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