che sia di ognuno, e sarà maggiore nel mondo

posto nuovamente questo estratto da Uomini e no di Elio Vittorini perchè secondo me dice tutto quello che c'è da dire. è un libro bellissimo, uno dei più belli e onesti sulla resistenza. buona liberazione, a tutti. e poi forza e coraggio che qua tocca dasse 'na svejata rega'. 
I morti al largo Augusto non erano cinque soltanto; altri ve n’erano sul marciapiede dirimpetto; e quattro erano sul corso di Porta Vittoria; sette erano nella piazza delle Cinque Giornate, ai piedi del monumento.
Cartelli dicevano dietro ogni fila di morti : Passati per le armi. Non dicevano altro, anche i giornali non dicevano altro, e tra i morti c'erano due ragazzi di quindici anni.
C’erano anche una bambina, c’erano due donne e un vecchio dalla barba bianca. La gente andava per il largo Augusto e il corso di Porta Vittoria fino a piazza delle Cinque Giornate, vedeva i morti al sole su un marciapiede, poi i morti sul corso, i morti sotto il monumento, e non aveva bisogno di saper altro. Guardava le facce morte, i piedi ignudi, i piedi nelle scarpe, guardava le parole dei cartelli, guardava i teschi con le tibie incrociate sui berretti degli uomini di guardia, e sembrava che comprendesse ogni cosa.
Come? Anche quei due ragazzi di quindici anni? Anche la bambina? Ogni cosa? Per questo, appunto, sembrava anzi che comprendesse ogni cosa. Nessuno si stupiva di niente. Nessuno domandava spiegazioni. E nessuno si sbagliava. […]
 
Berta non trovò Selva in casa.
Bussò, non ebbe risposta, e non ebbe più scopo di essere venuta. Pure era venuta piena di fretta. Aveva qualcosa di molto importante da fare o da dire. Che cosa?
Andò, dalla strada di Selva, verso il Parco.
Non vi era gente, vi era soltanto il sole, terreno bianco e sole, alberi ignudi e sole, e andò, in quella solitudine, fino a una panchina. Sedette, e si mise a piangere. Era questo che aveva da dire o fare?
Piangeva, e tutto il Parco era intorno a lei, una arena solitaria, col cerchio del tram che suonava molto lontano, all’orizzonte.
Ma sentì qualcuno che le parlava.
“Che c’è figliola?”
Sollevò il capo.
“Piangi?” disse l’uomo.
Era un vecchio, Berta lo vide vecchio o povero, lacero nei panni, le scarpe rotte, e continuò in pace a piangere.
“Posso domandarti,” le disse il vecchio, “perché piangi?”
“Non so,” Berta rispose.
“Non sai perché piangi?”
“Vorrei saperlo, e non lo so.”
“Non ti è accaduto nulla?”
“Nulla.”
“Nemmeno ieri? Nemmeno ieri l’altro?”
“Nemmeno ieri l’altro.”
Il vecchio sedette vicino a Berta. “Tu devi aver visto qualcosa.”
“Questo sì.”
“Quei morti?”
“Quei morti.”
“E piangi” disse il vecchio, “per loro?”
Berta sollevò di nuovo il capo.
Guardò il vecchio e vide che i suoi occhi erano azzurri, glieli vide sereni nella vecchia faccia. Aveva un significato che i suoi occhi fossero azzurri? Era come se avesse un significato.
“Non so,” rispose.
Ma dovette piegarsi una volta di più dentro le sue lacrime.
 
“Non bisogna,” il vecchio disse, “piangere per loro.”
“No?” disse Berta.
“Non bisogna piangere per nessuna delle cose che oggi accadono.”
“Non bisogna piangere?”
“Se piangiamo accettiamo. Non bisogna accettare.”
“Gli uomini sono uccisi, e non bisogna piangere?”
“Se li piangiamo li perdiamo. Non bisogna perderli.”
“E non bisogna piangere?”
“Certo che no! Che facciamo se piangiamo? Rendiamo inutile ogni cosa.”
Era questo piangere?
Rendere inutile ogni cosa che era stata?
Il vecchio lo diceva, e Berta poteva anche crederlo. Forse era questo. Ma non poteva non piangere, e stava pure sempre col capo chino, si bagnava di lacrime il grembo.
“Non bisogna,” disse il vecchio. “Non bisogna.”
“Sì” disse Berta. “Non bisogna”
“Vedi che non bisogna? Smetti.”
“Ma io non piango per loro.”
“Non piangi per loro?”
“Non su di loro.”
“No?” disse il vecchio.
Berta non piangeva sopra i morti, per il sangue loro. Ora lo sapeva. Le veniva da loro, ma non era pietà per loro.
Era pietà, o forse disperazione, su se stessa; ma dinanzi a loro era un’altra cosa. Che cosa?
Disse al vecchio “No. Non piango su di loro”.
Aveva rialzato il capo, il pianto si asciugava sulla sua faccia, e rivide nel vecchio gli occhi azzurri.
Glieli guardò. “Ma che dobbiamo fare?” gli chiese.
“Oh!” il vecchio rispose. “Dobbiamo imparare.”
“Imparare che cosa?” disse Berta. “Cos’è che insegnano?”
“Quello per cui,” il vecchio disse, “sono morti.”
 
Berta chiese al vecchio che cosa intendesse dire, e il vecchio disse che intendeva dire quello per cui accadeva ogni cosa, e per cui si moriva, disse, anche se non si combatteva.
“La liberazione?” disse Berta.
Il vecchio sembrava cercasse la risposta migliore, guardava davanti a sé con occhi lieti. “Di ognuno di noi,” rispose.
“Come di ognuno?”
“Di ognuno, nella sua vita.”
“E il nostro paese? E il mondo?”
“Si capisce,” il vecchio rispose. “Che sia di ognuno, e sarà maggiore nel mondo.”
Indicò la città verso dov’erano, sui marciapiedi, le facce loro; e Berta potè pensarli non di sopra alle case e agli uomini, ma tra le case, tra gli uomini, parlando dentro ad ognuno, non di sopra.
Un nuovo trasporto la trascinò; e ancora fu in lacrime.
Non avrebbe dovuto lasciarsi trascinare? Non doveva piangere? Pure era per questo che piangeva, non per altro, per questo e non altro aveva pianto finora, per questo che ora sapeva di pensare, questo che di loro pensava, e non cercò di frenarsi, pianse in pace.
Piangendo, si chiedeva:
E lo dicono anche in me? Anche per me sono morti?

Roba di misia giovedì, 24 aprile 2008 ore 23:27 | link | commenti |


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