auguri.

"Cercheremo un'armonia

sorridenti, fra le braccia,

anche se siamo diversi

come due gocce d'acqua"

(Wislawa Szymborska - Nulla due volte)

 

Lei vedeva questi pensieri in forma di lampi colorati, nella voragine degli occhi di lui.

Subito pensò di andarsene, ma alla fine restò.

La luce sospesa, diffusa, accecante nella nebbia, contro la muraglia dell'approdo delle gondole.

Gli occhi di lei, di madreperla stretti tra le palpebre.

Il sapore acre ancora in bocca del rum bianco, e i sensi aguzzi. Sensibile.

"Vuoi essere i miei occhi? Voglio che tu lo sia" gli disse lui.

"D'ora in poi ti chiedo che sia così. Ah, non farmene vedere più, non famene ferire più! Coprimi gli occhi! Voglio che tu sola mi dica cosa vedere. Che tu dica guarda! E tu dica :  non guardare!"

La baciò a lungo, la bocca resa viva dalla vodka. "Tu devi essere i miei occhi. Ti curerai solo di quello che non me li crepa."

Lei allora s'incamminò con lui tenendolo da dietro. Appoggiò i palmi delle sue mani sopra i suoi occhi, e lo accompagnò così, come un Edipo accecato dall'esilio. Ed egli andava cieco e ubriaco nel pomeriggio afoso.

Ora sentiva soltanto i rumori. Erano tutt'intorno. Un'olofonia a destra, a sinistra, sopra e sotto. Gli spazi, privati della vista, prendevano un'altra forma. Si convinceva di camminare sul bordo di un canale, o su di un viale, o su un ponte. Ma s'ingannava sempre. L'impressione era sbagliata. Come le voci al telefono che non sono mai uguali alle facce. Come i posti che si immaginano prima di arrivare.

Avanzava a tentoni come la vita che avanza decifrando intuizioni.

"E' un gradino questo, un canale?....il sole mi è davanti?" il futuro anche...davanti, come una possibilità perenne...

Quando lei lo lasciava, allora brancolava, pendolava immerso nella folla, solo nel rosso che lo inondava a schegge, da sotto gli occhi schiacciati.

Ma neppure allora voleva aprirli e vedere. Continuava ad attraversare. Alcuni si mostravano infastiditi, altri lo ignoravano, altri si facevano da parte. Comunque egli procedeva non desiderando altro che il buio. Non avrebbe voluto più rinunciarci. Andava avanti a tentoni, senza più distinguere tra le ombre, e l'ombra diventava colore, e il colore cambiava al passaggio degli uomini.

Poi ella tornava e lo riprendeva e lo portava via, e aveva ormai perduto ogni idea della direzione.

Procedevano nei vicoli, che smarrivano man mano la gente, l'affollamento, e tutto spariva lento come un'emorragia. finchè si sentì solo lo sciacquettio del canale. Il rollare dell'acqua ferma.

Non vedendo più nulla gli riusciva facile cadere preda di sensazioni e ricordi.

Chiassosa la sentì arrivare dall'acqua, sciabordante, la teoria di barche, in festa, con le loro fisarmoniche e le canzoni. Sentì il chiasso avvicinarsi sempre di più, e poi allontanarsi piano, e infine scomparire. Quano furono passate del tutto, rimase ancora abbacinato, cercando coi palmi nel vuoto.

Passava con quelle barche il chiasso, e la festa, come passa la gioventù. Il matrimonio, gli sposalizi, la festa delle voci mai più udite, le voci di cui si era privato.

Passò come una tentazione, un rimpianto. Con buonumore perfino.

La ascoltò allontanarsi, dal suo buio.

Continuavano ancora, egli sempre cieco e abbacinato, per vicoli più lontani, nella canigia lagunare del pomeriggio morente, fino a che giunsero alla stanza d'affitto. Entrarono. Sedettero sul letto. A quel punto aprì un poco gli occhi solo per vedere lei.

(Vinicio Capossela - Harry's bar nell'afa a Venezia - Non si muore tutte le mattine)

Roba di misia sabato, 24 settembre 2005 ore 09:53 | link | commenti |


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