Salvami.
Lei non lo sa, ma prima o poi finirà per pronunciare questa parola, rivolgendola con più probabilità a qualche perfetto sconosciuto, piuttosto che alle persone che le dimostrano amore e considerazione. O a quelle che "dovrebbero" farlo. Eppure non ha l’aria di una che ha bisogno di essere salvata.
Due occhi grandi, due tette medie e un culo che non ti giri per strada a guardarlo, ma un bel culo via, le dice un suo amico.
E un cuore, aggiunge lei, fingendosi offesa.
Poi ride perché prova ad immaginare questa entità tutta occhi-tette e culo, senza braccia nè gambe, disegnata a parole dall’amico.
E un cuore, concede l’amico, sollevando il bicchiere già vuoto in un brindisi di scherno.
Si siede su uno sgabello, incrocia le gambe, si guarda intorno, ordina da bere e sorride. Non finge, sorride davvero e a quella parola –salvami- non ci pensa più.
Salvata da cosa poi, non saprebbe dirlo nemmeno lei.
E se lo sapesse provvederebbe di certo a farlo da sola.
Eppure quel –salvami- è lì. E’ solo una parola e lei lo sa. Ancora meno, è un suono. Uno stupido suono rassicurante, da emettere distrattamente, da pronunciare più per sfida che con la reale speranza di vedere esaudita, chissà come poi, la sua assurda richiesta.
Se succedesse, riderebbe di sé e di chiunque la prendesse sul serio. E dopo aver riso, conoscendola, avrebbe paura della possibilità che qualcuno provasse a “salvarla” veramente.
Salvami. Più un’imprecazione che una supplica.
Le capita quando è stanca di parlare. Tanto stanca da conservare la forza per dire solo la verità e da avvertire come un pericolo imminente la sensazione di perdere quell’istintivo pudore che concede di nascondere, principalmente a sé stessi, la propria solitudine.
Salvami. Portami via. Portami a casa. Fammi addormentare. Parlami. Dammi da mangiare. Vino rosso da bere. La tua musica da ascoltare. E guardami. Fammi sentire che mi vedi, che esisto. Sono qui, seduta, ma mi sembra di non esserci veramente. Vienimi a cercare. Riportami qui. Oppure lontano, ancora più lontano.
Queste sono le parole che a volte a stento riesce a trattenere. Sono parole che fanno paura, anche a chi le pronuncia. Parole che teme le sfuggano, sciolte dall’alcool o liberate nel respiro, mentre fa l’amore.
Come ti chiami? Cosa fai? Dove vivi? Lei risponde, con scrupolosa precisione, quasi come se fossero quelle banali coordinate di sé a nascondere qualche indizio utile per ritrovarsi.
O per essere trovata.
Poi domanda a sua volta. Come? Dove? Cosa?
E ascolta, cercando gli occhi di chi le parla, interpretandone segretamente i gesti.
Prima o poi, basteranno uno sguardo, o una frase che le sfiorino il cuore in quel punto irraggiungibile, e senza accorgersene, tra una parola e l’altra, pur non dicendo -salvami- chiederà di essere salvata.

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