Succede che camminando lungo la Cristoforo Colombo mentre mi rallegro dell'inaspettata comparsa di un tiepido sole pomeridiano che mi scalda le spalle, odo in lontananza un giulivo nonchè ritmico strombazzare di clacson e un rabbioso coro di voci maschili.
Pur non riuscendo a distinguere le parole mi viene automatico pensare che si tratti di tifosi di ritorno da qualche partita che festeggiano la vittoria appunto strombazzando e sbraitando canti e slogan all'indirizzo della propria squadra.
Guardo meglio. Rallento il passo e realizzo.
Corteo automobilistico? Manifestazione motorizzata? Come chiamare una ventina di auto sparate a tutta velocità sulla Cristoforo Colombo, i cui passeggeri, affacciati ai finestrini se non addirittura sperticati fuori dagli abitacoli, cantano qualcosa che ha a che fare con Mussolini, rivolgono saluti romani alla gente che aspetta il 714 sotto le pensiline e sventolano bandiere di forza nuova?
Coglioni, penso. Poi mi ricordo di altri coglioni recentemente battezzati come tali e mi amareggio ancora di più. A proposito della storia dei “coglioni” mi ero data due possibilità:riderne o ignorarla. In realtà, per non fare la guastafeste, visto che sentirsi dare dei coglioni pare essere questa gran figata, mi sono detta: e fattela ‘sta risata, lasciati andare pure te cogliona che non sei altro, anzi già che ci sei approfitta della goliardia generale e togliti la soddisfazione di dire -ciao coglione!- a qualcuno con la scusa di fargli un complimento rendendogli noto quanto scontato sia il suo voto a favore del partito, il partito dei coglioni ovvio.
Ma poi, non lo so, in questa allegoria genitale mi sento a disagio, scomoda. Come un coglione soffocato dall’elastico di mutande troppo strette. Ho reso l’idea?
Tolto il sorriso iniziale e tolta pure la stanca indignazione di fronte ad un presidente del consiglio che pronuncia certe meschinità, mi sono resa conto che più che lui, pensa te come sto messa, mi stanno sulle balle le t-shirt con su scritti orgogliosi outing "sono un coglione", le spillette, le vignette o i giochi di parole prontamente partoriti da chissà chi e ricevuti via sms in, minimo, duplice copia da tutti noi.
Tutte questa cose mi hanno indispettito per la rapidità e la docilità con cui sono comparse, ribadendo e facendo proprio quel concetto, trasformandolo da cazzata indegna di un tale seguito, a qualcosa di taaaanto liberatorio quasi come se, lo dico? sì, insomma, quasi come se un pò coglioni ci sentissimo già, noi coglioni, anche prima che ci chiamassero così.
Perché dai, insomma. Cioè. Prodi. Cazzo. Lasciamo perdere va. Eppure Berlusconi gli si rivolge chiamandolo "la sinistra" o "i comunisti" e io quasi lo invidio perchè ormai c'è rimasto solo lui a pronunciare queste parole senza pudore, senza l'imbarazzo provocato da quell'impalpabile ambiguo niente che ormai rappresentano.
Lo sciame fascista prosegue il suo tour, li vedo e li sento ancora, mi accorgo che più che un corteo sembra una fuga, tanto velocemente entrano nel traffico. E' in quel momento che mi tornano in mente le parole di quella canzone che, continuando a camminare, inizio a cantarmi in testa. Dig a hole, forget the sun. Sarà che a vederli fare certi gesti, a sentire acclamare ancora certi nomi, sembrano proprio usciti dalle loro tane, senza tempo, senza confronto nè dubbi. Senza memoria, come refusi della storia trascinati ai giorni nostri.
Braccio teso, duce-duce, eccoli qua.
Più vecchi e tristi dei vecchi fascisti rancorosi, pieni di nostalgie e ricordi, occhi lucidi alla Tremaglia che racconta il suo 8 settembre.
Che alla fine i vecchi li tolleri pure, in quanto vecchi. Come pagine di un libro di storia. Apparentemente innocue, ma che possono fare ancora male, se te le dimentichi.

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