bla bla bla

parto da una frase che mi gira in testa e poi srotolo via via le parole senza sapere fino a dove arriveranno. ecco. a volte le scrivo. a volte le dico. non va sempre così, chiaro. a volte si parla per parlare. è un'arte che non tollera spazi bianchi. chiacchiericcio spinto, lo chiama A.  sto imparando eh. attacco bottone che è una meraviglia. con tutti, donne e uomini, vecchi, bambini. a volte noti la diffidenza nello sguardo che poi però, tempo due secondi netti, il più delle volte si scioglie in un sorriso e nel sollievo di riuscire a comunicare. però certe volte, mentre giro per roma mi viene da pensare che a parlare, ove non espressamente autorizzati da legami più o  meno forti di conoscenza, o dalla coincidenza di capitare nello stesso locale nel medesimo istante, ci sono rimasti solo i matti, quelli che se niente niente li incroci con lo sguardo ti prendono di mira e non ti mollano più. lo sguardo è un'esca meravigliosa e terribile.  -buonasera- dico agli autisti degli autobus semi vuoti sui quali salgo di notte al ritorno dalla piscina.   -buonasera- mi rispondono, accennando quasi sempre un mezzo punto interrogativo di incredulità. voglio vivere questo marasma di città come fosse un paese, embè? sarò matta pure io. sticassi. se mi gira gli autisti li saluto come se salissi sulle circolari blu quelle che fanno il giro dei paesi e suonano il clacson quando incrociano le persone che conoscono. però, principalmente ho iniziato a scrivere questa ennesima menata pensando che con alcune persone non c'è scampo. le parole che vengono fuori sono le più sincere. assolute, disordinate, disorientate. ma sono quello che sono. quello che sei. quand'è così, fin dalle prime che pronuncio ho la sensazione di affacciarmi da un'altezza inverosimile e, poco prima di buttarmi, di guardare giù per capire dov'è la fine. dov'è che mi fermerò e smetterò di raccontarmi, di ammettere, di precipitare. non sarà troppo alto? e lì sotto che c'è? non si vede niente. bisogna fidarsi. altrimenti ci si fa male. le parole sono la chiave con la quale pensavo di aprire un sacco di porte. la stessa chiave che in altre occasioni ho dimenticato di avere in tasca. le parole a volte, lo ammetto, mi rompono proprio le balle. e ho voglia di stare zitta, ma è così poca la gente con cui si riesce a tacere senza sentirsi rimbombare dentro il silenzio e il panico di doverlo riempire con la prima cosa che viene in mente. e poi capita a tutti di notare certe coppie al ristorante. zitti entrambi. lui mangia. lei mangia e si guarda intorno. e mentre mangiano e bevono tu li guardi e ti sembra siano imprigionati in due bolle invisibili. e pensi, no. ecco, a me non mi scandalizzano le coppie così. capita. meglio non farlo capitare di ridursi così, però capita. ma io, per quanto mi riguarda, vorrei che esistesse sempre dentro di me, quel baratro e quel coraggio di lanciarsi nel vuoto e dire. dire. che ne so "caro, per dessert prenderei una panna cotta al caramello anche se ho paura che non mi ami più".

"Well they say you can't shut up a god damn fool
Ain't no exception to the rule
It's bla, bla, bla, bla
Just like a nursery rhyme
Talk is cheap almost all the time"

Roba di misia domenica, 15 ottobre 2006 ore 23:06 | link | commenti (2) |


Commenti
#1   16 Ottobre 2006 - 14:43
 
almost.
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#2   16 Ottobre 2006 - 15:07
 
La prima parola pronunciata dal samurai, in qualsiasi circostanza, è estremamente importante.
Tramite essa egli rivela tutto il suo valore. In tempo di pace come in tempo di distruzione e di caos, il grande coraggio può essere rivelato da un'unica parola: allora si può dire che essa sia il fiore dell'anima.

(Hagakure, I, 142)

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